Abbiamo letto con particolare attenzione la Sediva News di qualche tempo fa, molto approfondita, sulla premorienza di un socio.
Noi siamo due fratelli e abbiamo in gestione la quota di nostra madre, deceduta meno di tre mesi fa, che era del 50% di una snc titolare di farmacia, mentre l’altro 50% era ed è tutt’ora del fratello cioè di nostro zio.
Nello statuto della società è scritto chiaramente che in questi casi gli eredi subentrano al socio deceduto secondo l’art. 7 della legge 362/91 che anche voi avete citato molte volte, ma viene anche precisato che quando gli eredi siano più di uno devono provvedere “in tempo utile” [così è scritto letteralmente nello statuto] a concentrare la quota su uno soltanto di loro.
Noi in questo momento siamo tutti e due incompatibili: uno è in pratica un informatore farmaceutico e l’altro un dipendente pubblico.
La domanda che vorremmo porre in particolare è questa: non vi sembra che lo statuto in questo modo consenta all’erede che acquisirà l’intera quota di partecipare alla società anche se incompatibile? Perché, se non fosse così, che senso avrebbe l’art. 7?
E se non provvediamo “in tempo utile” che succede? E che vuol dire “in tempo utile”?

Probabilmente vi riferite alla Sediva News del 28/1/2021, che illustra infatti parecchi aspetti di questa sempre delicata vicenda.
D’altra parte è un tema evidentemente di interesse generale, come prova anche l’inusuale varietà dei dubbi che sono stati ulteriormente proposti e che in prosieguo di tempo tenteremo via via di sciogliere, limitandoci qui a rispondere sinteticamente alle sole domande che questo quesito [tuttavia, quasi paradigmatico] sta ponendo.
Dunque, le disposizioni di cui agli artt. 7 secondo comma e 8 primo comma della l. 362/91 sulle condizioni di incompatibilità con lo status di socio, una volta naturalmente che se ne sia definito il migliore ambito applicativo, devono essere considerate altrettante norme c.d. imperative, come tali [diversamente da quelle c.d. dispositive] non derogabili da nessun contratto, quindi da nessun patto sociale.
Di conseguenza, anche se il vs. statuto si richiama – per il caso di morte di un socio – alla disposizione di cui al comma 9 dell’art. 7 [secondo cui, ricordiamolo ancora, “A seguito di acquisto a titolo di successione di una partecipazione in una società di cui al comma 1, qualora vengano meno i requisiti di cui al secondo periodo del comma 2, l’avente causa cede la quota di partecipazione nel termine di sei mesi dalla presentazione della dichiarazione di successione”], trasformandola così per relationem in una norma anch’essa statutaria, non per questo gli “aventi causa” del socio premorto possono ritenersi sottratti alle condizioni di incompatibilità che quindi devono ineludibilmente rimuovere “nel termine di sei mesi dalla presentazione della dichiarazione di successione” [cioè in quel “tempo utile” cui si riferisce il vs. statuto] se non vogliono essere costretti a cedere “la quota di partecipazione”.
Del resto, l’inciso chiave di quel testo abbastanza ermetico [“qualora vengano meno i requisiti di cui al secondo periodo del comma 2”] intendeva certo riferirsi – qualcuno senz’altro lo ricorderà – all’ipotesi in cui nessun successore a titolo universale (erede) o particolare (legatario) nella partecipazione sociale del socio premorto risultasse, alla scadenza del termine, un “farmacista idoneo”.
Se però non vogliamo considerarlo caducato per effetto della l. 124/2017 [e d’altra parte l’originario “secondo periodo del comma 2” non c’è più], almeno possiamo ragionevolmente pensare – come d’altronde abbiamo già osservato in altre circostanze – che oggi vada inteso come se dicesse, più o meno, “qualora versi in una delle condizioni di incompatibilità previste nel comma 2 dell’art. 7 [quelle, cioè, con “qualsiasi altra attività svolta nel settore della produzione ecc.”] e sub b) e c) del comma 1 dell’art. 8 [rispettivamente con “la posizione di titolare, gestore provvisorio, ecc.” e con “qualsiasi rapporto di lavoro pubblico e privato”].
In definitiva, alla disposizione del vs. statuto che prevede in particolare l’applicabilità del comma 9 dell’art. 7 non può essere attribuita una portata minimamente derogatoria delle ricordate norme imperative, anche se la nullità di tale clausola statutaria non può comunque comportare la nullità dell’intero patto sociale.
Peraltro, è verosimile che vs. madre e vs. zio – come capita spesso nelle società costituite tra fratelli [soprattutto, è chiaro, quando ricevano la farmacia da un genitore con una donazione congiunta] – avessero convenuto quella clausola proprio per permettere il subentro dei figli nelle loro quote e perciò conferire alla società una sorta di “ultrattività”, credendo forse che i loro discendenti di primo grado avrebbero comunque scelto di subentrare nella quota rinunciando alle rispettive loro occupazioni.
Quindi abbiamo l’impressione che – qualunque sia il vostro accordo sulla concentrazione in capo a uno soltanto di voi delle due frazioni della quota sociale di vs. madre che vi sono pervenute per successione [crediamo, per successione legittima] – l’“avente causa” potrà sì pretendere di continuare la società in pari quota con lo zio ma dovrà previamente rimuovere la condizione di incompatibilità.
Potremmo aggiungere che non c’è alcuna via d’uscita per l’“informatore farmaceutico”, perché tale condizione di incompatibilità – a differenza di quella “con qualsiasi rapporto di lavoro pubblico e privati” – non è soggetta ad alcun “filtro di compatibilità” [v. Sediva News del 4/3/2020] e quindi, per chi svolga “qualsiasi altra attività nel settore della produzione e informazione scientifica del farmaco” o sia anche semplicemente iscritto all’albo dei medici, la condizione riformulata nel secondo periodo del comma 2 dell’art. 7 della l. 362/91, come modificato dalla l. 124/2017, è assoluta e non ammette pertanto scappatoie, che invece la Corte Costituzionale [con la condivisione del CdS, che ha per di più aggiunto del suo…] ha individuato per il dipendente pubblico o privato “consentendogli” di partecipare come socio di mero capitale, ma senza assumere ruoli apicali, a una società titolare di farmacia [una srl o anche, verosimilmente, una sas ove il nostro impiegato assuma la veste di accomandante].
In conclusione, come sarà forse ormai chiaro, c’è qualche possibilità di conservare l’attuale status solo per chi di voi è impiegato pubblico [non sappiamo se farmacista o meno…, e questo potrebbe incidere], ma sempreché – attenzione – lo zio accetti di modificare la forma della società in srl [o sas?].

(gustavo bacigalupo)

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