È deceduto qualche tempo fa uno dei soci della nostra snc titolare di farmacia e noi preferiremmo che non subentrassero tutti i suoi eredi, che sono i tre figli, perché sarebbe difficile gestire una farmacia con tanti soci anche se non vorremmo fare un torto alla memoria del socio cui ci legava una grande amicizia.
Soltanto il figlio farmacista sembrerebbe però intenzionato a subentrare al padre, perché sta cercando di sistemare con i fratelli i rapporti ereditari sulla quota: ma al momento occupa un posto importante in un’industria farmaceutica e non sa come orientarsi, e può darsi che il valore della quota possa convincerlo ad accettare la liquidazione.
In questa situazione di incertezza avremmo necessità di sapere: all’eventuale liquidazione della quota all’erede farmacista saremmo noi a dover provvedere personalmente? Se invece concordassimo il suo ingresso nella società in sostituzione del padre, lui dovrebbe prima abbandonare il posto di lavoro oppure lo potrebbe conservare diventando semplice socio di capitale, come ci hanno detto che è possibile? E sempre nel caso di suo subentro, dovremmo ricorrere a un atto notarile o il subentro sarebbe automatico?
In pratica, avremmo bisogno di conoscere, se potete farlo, i princìpi di legge che regolano questo nostro caso, visto che abbiamo ricevuto indicazioni e consigli contrastanti anche dal commercialista e dal notaio oltre che da alcuni colleghi. Quindi i vostri pareri, che sono sempre esaurienti negli scritti quotidiani che proponete, diventano per noi fondamentali.

Abbiamo voluto pubblicare integralmente questa email, perché ci permette una disamina abbastanza adeguata di una vicenda che è di sicuro interesse generale per il numero sempre crescente delle società di persone o di capitali che assumono la titolarità di una o più farmacie [un numero che dovrebbe aver ormai eguagliato se non superato quello delle persone fisiche, tutti ovviamente farmacisti, che sono ancor oggi titolari in forma individuale], e inoltre si tratta evidentemente della causa molto più frequente di scioglimento del rapporto sociale limitatamente a un socio rispetto alle altre due che sono il recesso e l’esclusione.

Premesso che guarderemo solo alla premorienza di un socio di società di persone, quindi di snc o sas [perché il quesito è posto da una snc, ma più che altro perché la morte di un socio di società di capitali, a differenza dell’altra ipotesi, per lo più non implica per la società, data la sua piena e autonoma soggettività giuridica, conseguenze particolarmente rilevanti], proveremo a fare chiarezza – dal nostro personale punto di vista, s’intende – su un tema che secondo le disposizioni dettate dal codice civile è tuttavia sufficientemente lineare e non dovrebbe offrire materia per grandi contrasti di vedute.

Il discorso può invece diventare talora complicato quando – indipendentemente che la società personale abbia per oggetto l’esercizio di una farmacia o di una qualsiasi altra azienda commerciale – l’atto costitutivo/statuto, che in prosieguo per semplicità chiameremo statuto o contratto sociale, contenga disposizioni in deroga al codice [che al riguardo non detta infatti norme imperative e perciò inderogabili] e ancor più quando si renda applicabile la disposizione speciale prevista per il caso di premorienza del socio di una società titolare di farmacia, cioè il comma 9 dell’art. 7 della l. 362/91, di cui diremo meglio in prosieguo.

Senonché, da quel che leggiamo, lo statuto della vs. società rinvia pigramente – per la premorienza di un socio, ma anche per parecchi altri aspetti del funzionamento della società – alle norme del codice e quindi per quanto vi concerne possiamo/dobbiamo tener conto della sola disciplina operante sul piano generale [limitandoci in alcuni passaggi a replicare sinteticamente quanto già osservato in altre circostanze], cogliendo però le occasioni che la nostra analisi via via ci offrirà per deviare su alcune diversità derivanti dai singoli statuti.

 

  • La disciplina del codice e le deroghe statutarie

Entrando dunque nel merito degli interrogativi che pone il quesito, in primo luogo sono proprio i soci superstiti a dover in principio provvedere alla liquidazione agli eredi della quota del socio premorto: è quel che prevede infatti l’art. 2284 cod.civ., secondo cui, “Salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota degli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano”.

Diversamente, sempre con riguardo alla liquidazione della quota, nelle ipotesi di recesso e di esclusione essa fa invece carico alla società come tale con la corrispondente riduzione del capitale sociale, ma con la possibilità che gli altri soci si sostituiscano alla società dal lato passivo di tale obbligazione concordando con il socio receduto o escluso il rilievo/acquisto della sua quota che in questa eventualità accrescerà il valore della loro partecipazione sociale.

Aggiungiamo anche, con un’incursione‑lampo nel versante tributario, che la diversità delle due soluzioni – liquidazione a carico della società o a carico dei soci superstiti – produce effetti tra loro diversi anche sul piano fiscale, dato che nel primo caso la società deduce l’onere della liquidazione (nell’importo corrispondente alla differenza tra quanto liquidato e il valore nominale della quota), mentre nel secondo esso resta indeducibilmente a carico dei soci che l’hanno sostenuto.

Tornando ora al tema generale della premorienza del socio, nell’asse ereditario – qualunque sia stata la volontà del testatore ma fatto salvo il caso, per la già ricordata derogabilità in principio delle norme codicistiche, in cui lo statuto preveda diversamente – non cade la quota sociale [che come tale, conseguentemente, nessun avente causa del de cuius acquista per diritto successorio] ma un credito pecuniario, ed esattamente “una somma di danaro che rappresenti il valore della quota”: così testualmente il comma 1 dell’art. 2289 cod.civ. che peraltro, regolando con un’unica disposizione la “liquidazione della quota del socio uscente”, si riferisce a tutti e tre i casi in cui “il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio” e quindi, come accennato, alla morte come al recesso e all’esclusione di un socio.

Ne deriva perciò e a maggior ragione che in realtà, anche laddove lo statuto preveda espressamente la continuazione della società tra i soci superstiti e l’erede del socio premorto, nessun successore a titolo universale [l’erede in senso proprio, che succede nella totalità o in una parte del patrimonio del de cuius] o particolare [legatario o sublegatario, che succedono in uno o più beni o diritti individuati dal testatore] acquisisce iure ereditario lo status di socio, né quindi in comunione tra più legatari o sublegatari o tra più coeredi, né singolarmente per frazioni della quota corrispondenti alle rispettive percentuali di eredità/legato/sublegato, né individualmente in caso di unico legatario o sublegatario o di unico erede.

Ma ne consegue altresì che – se nel credito pecuniario corrispondente al valore della quota sono subentrati più aventi causa – anch’esso, per la sua indiscutibile componente patrimoniale, rientra nella comunione insorta tra più legatari/sublegatari/eredi alla data del decesso, e questo vuol dire anche che ciascuno può agire nei confronti dei soci superstiti per l’intero credito.

Se invece esaminiamo ora la fattispecie proposta dal lato dei soci superstiti e rileggiamo l’art. 2284, è chiaro che costoro in definitiva possono scegliere tra la liquidazione agli eredi/legatari/sublegatari della quota (nel senso che si è detto), lo scioglimento della società e la sua continuazione con gli eredi, uno o tanti che siano, ove però questi vi acconsentano.

Anche nel vs. caso, pertanto, i soci superstiti hanno comunque piena facoltà [ma solo d’intesa tra loro] di proporre all’erede farmacista – se naturalmente, come sembrerebbe sua intenzione, egli conseguirà dai coeredi, previa divisione o altre figure negoziali, la piena ed esclusiva titolarità del credito pecuniario rappresentativo della quota sociale – la continuazione della società con lui, libero peraltro quest’ultimo di acconsentirvi o di richiedere ciò nondimeno la liquidazione dell’intera quota.

Inoltre, è ben vero che le parti del contratto sociale possono sempre liberamente prevedere nello statuto – quel che tuttavia, come abbiamo premesso, non è stato nel vs. caso – la continuazione della società con gli eredi del socio premorto [“Salvo contraria disposizione del contratto sociale”, recita infatti l’incipit dell’art. 2284].

E però, attenzione, anche in una tale ipotesi gli eredi potrebbero egualmente – quantomeno se si tratti di una snc, dove tutti i soci sono illimitatamente responsabili, fermo che l’erede del socio accomandatario potrebbe subentrare a quest’ultimo solo come socio accomandante – non aderire al contratto sociale e dunque non continuare la società con i soci superstiti, pretendendo perciò la liquidazione del valore della quota, alla quale i soci superstiti potrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, opporsi quando la clausola contempli la continuazione della società come automatica.

Qui però l’analisi finisce per essere troppo condizionata anche dalla varietà delle possibili disposizioni statutarie derogatorie del codice, e quindi allungare sin troppo queste note, senza contare che anche in giurisprudenza parrebbero sussistere su alcuni di questi aspetti motivi di incertezza che ci consigliano di fermare comunque a questo punto le nostre riflessioni.

Vi dobbiamo invece qualche precisazione sul valore della quota [quando si tratti di liquidare gli eredi secondo quel che si è accennato] il cui ammontare deve essere quantificato – in qualsiasi caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente a un socio, dunque anche nell’ipotesi di recesso o esclusione – “in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento” [art. 2289, comma 3].

Ancora una volta tuttavia può decidere diversamente il contratto sociale che potrebbe, ad esempio, rimettere la determinazione del quantum dovuto al socio receduto o escluso o agli eredi del socio premorto a un terzo soggetto – preferibilmente un professionista del settore, nominato a propria volta da ente o associazione o persona già indicata nello statuto – che nella veste di perito o arbitratore, e seguendo le eventuali direttive statutarie,  assolverà l’incarico nei termini ivi previsti.

Possiamo allora concludere la disamina della vicenda che il quesito ha posto, sintetizzandone di seguito gli aspetti essenziali.

Visto l’espresso rinvio nel vs statuto alle disposizioni del codice [che dovrebbe quindi rendere qui non invocabile la disposizione speciale di cui al comma 9 dell’art. 7 della l. 362/91], ogni questione dovrebbe essere risolta applicando i citati artt. 2284 e 2289 cod. civ.

I soci superstiti, di conseguenza, saranno tenuti a liquidare agli eredi, o all’unico erede, del socio premorto la somma corrispondente al valore della quota, a meno che – dinanzi a una dichiarata disponibilità dell’unico erede di continuare la società con loro aderendo così al contratto sociale – i soci superstiti non ritengano di accogliere la richiesta, procedendo all’imprescindibile rogito di continuazione innestandovi nuovi patti sociali che magari siano meno negligenti di quelli odierni.

In tal caso, quell’unico erede dovrebbe comunque risolvere il suo attuale rapporto di lavoro prima della stipula del rogito, perché la sentenza interpretativa della Corte Costituzionale e la successiva decisione del Consiglio di Stato [sotto questo aspetto d’accordo con la Corte], e alle quali forse intendete riferirvi, hanno ritenuto inapplicabile al socio di mero capitale, purché non assuma nella società ruoli apicali, solo la condizione di incompatibilità “con qualsiasi rapporto di impiego pubblico e privato”, ma non quella – perché non avrebbero potuto per l’inequivocità degli interventi della l. 124/2017 – “con qualsiasi altra attività svolta nel settore della produzione ecc.”, prevista nel nuovo comma 2, secondo periodo, dell’art. 7 della l. 362/91.

 

  • La disposizione speciale per le quote di società titolari di farmacia

Come si è accennato più volte, si tratta della disposizione di cui al comma 9, dell’art. 7 della l. 362/91, che nel testo modificato dal comma 11 dell’art. 11 del Crescitalia così recita: “A seguito di acquisto a titolo di successione di una partecipazione in una società di cui al comma 1, qualora vengano meno i requisiti di cui al secondo periodo del comma 2, l’avente causa cede la quota di partecipazione nel termine di sei mesi dalla presentazione della dichiarazione di successione”.


[N.B. – come noto, per effetto del successivo comma 10, il “termine di sei mesi ecc.” si applica anche per il caso di cessione a titolo oneroso o gratuito della farmacia da parte degli eredi del titolare in forma individuale].


Soffermiamoci dunque sul comma 9, precisando subito che:

– ai tempi del Crescitalia quelle “società di cui al comma 1” potevano evidentemente essere soltanto società di persone, ma la disposizione – dopo la legge sulla concorrenza – deve ritenersi estesa anche al caso di premorienza di un socio, farmacista o non farmacista, di una società di capitali titolare di farmacia;

– l’inciso “qualora vengano meno i requisiti di cui al secondo periodo del comma 2” intendeva riferirsi, pur nella sua infelice formulazione, all’ipotesi in cui nessun successore a titolo universale o particolare nella partecipazione sociale del socio premorto risultasse, alla scadenza del termine, un “farmacista idoneo”: è quindi un inciso che deve considerarsi soppresso [come del resto è stato nei fatti soppresso l’originario “secondo periodo del comma 2”] e semmai sostituito dal seguente “qualora versi in una delle condizioni di incompatibilità previste nel comma 1 dell’art. 8”, o simile;

– quell’“avente causa” si riferisce naturalmente a uno/più legatari o sublegatari della quota o a uno/più eredi del socio premorto.

Ora, questa è una disposizione che deve considerarsi applicabile non solo quando a richiamarla direttamente sia lo stesso statuto, come è ovvio, ma – come già accennato e appunto perché lex specialis – anche nel silenzio e/o equivocità delle disposizioni statutarie; perciò non si applica quando un contratto sociale regoli il caso della premorienza del socio con il rinvio espresso [come nella fattispecie proposta nel quesito] alle norme del codice oppure, tenendo sempre presente la derogabilità sia di queste come anche della disposizione speciale, con una propria specifica disciplina.

Una cospicua particolarità della norma sta in questo: l’erede o il legatario del socio premorto, cioè l’avente causa di cui essa parla, subentra iure successionis nella quota del de cuius [leggiamo infatti: “A seguito di acquisto a titolo di successione di una partecipazione ecc.” e “cede la quota di partecipazione”], quindi questa volta non necessariamente in un mero credito pecuniario.

Il discostamento dai princìpi civilistici è allora notevole e grande può rivelarsi la sua importanza pratica perché, specie quando lo statuto abbia specificamente richiamato il comma 9 e/o le regole ivi previste, sarà l’“avente causa” [e non i soci superstiti] a scegliere se continuare la società o chiedere loro la liquidazione della quota ma soprattutto l’“avente causa” potrà anche [liberamente e senza il gradimento dei soci superstiti?] cedere la partecipazione [a un qualsiasi terzo?], essendo in ogni caso lecito credere che fino a che tali opzioni non verranno da lui esercitate, quindi non oltre la scadenza del termine indicato nel comma 9, la quota già del socio premorto vivrà in uno stato di quiescenza, esattamente come il relativo rapporto sociale.

Certo, se gli “aventi causa” sono più di uno [legatari, sublegatari, co-eredi] e la partecipazione [non perciò un credito pecuniario] entra pertanto nella comunione tra loro, ne possono intuibilmente derivare mille complicazioni: di qui la necessità che nello statuto i soci concordino – per il caso di premorienza di un socio [ma non solo] – una disciplina il più possibile corrispondente alle loro comuni volontà.

E questo ancor più proprio quando le parti originarie del contratto sociale – invece che circoscrivere a loro soltanto, come è dato spesso vedere, la partecipazione alla società – scelgano di richiamare nello statuto il comma 9 o di “aprire” comunque la società anche ai propri successori a causa di morte.

Ma il vero è che, come stanno purtroppo certificando i frequenti casi di crisi dei rapporti tra i soci [che non riguardano soltanto le società costituite in fretta e furia, e senza badare troppo al pur fondamentale intuitus personae, tra i vincitori in forma associata nei concorsi straordinari…], che gli statuti delle società di persone – proprio sfruttando l’estrema derogabilità delle norme civilistiche, quel che non è per le società di capitali – dovrebbero dettagliare fin nei minimi particolari i tanti momenti della vita sociale, dalla durata del rapporto alla forma di amministrazione (prevedendo con rigore i casi di amministrazione congiunta), dalla disciplina delle prestazioni lavorative dei soci ai relativi compensi, dalla cedibilità/incedibilità delle partecipazioni sociali alla loro sorte nel caso di premorienza di un socio e così via.

Non saranno sufficienti, sia ben chiaro, neppure 100 o 200 disposizioni statutarie per prevenire qualsiasi forma di malessere, ma è sicuro che i contratti sociali “copia e incolla” possono cagionare danni ad ampio spettro e spesso irreparabili, soprattutto quando il semplice scorrere del tempo, una progressiva diversità delle c.d. scelte di vita, i mutamenti  degli assetti familiari, ecc., abbiano inciso fortemente sull’affectio societatis che è molto più di una semplice espressione ereditata dal diritto romano.

(gustavo bacigalupo)

 

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