[… salvo il caso in cui l’iscrizione al corso sia stata libera ed esclusiva scelta del lavoratore]

 Il 28 ottobre u.s., con la sentenza che ha deciso la causa n. C-909/19 [lo Stato membro della UE chiamato nel giudizio era la Romania], la Corte di Giustizia si è pronunciata circa il ruolo e la rilevanza – ai fini del suo inquadramento e/o qualificazione come orario di lavoro – del tempo dedicato dal lavoratore alla formazione professionale, un tema che evidentemente interessa da vicino anche le farmacie che non di rado avvertono infatti l’esigenza di favorire l’aggiornamento, sotto vari aspetti, del personale e dei collaboratori
[*Talvolta, invece, la formazione del personale è obbligatoria perché imposta direttamente dal legislatore, come per la sicurezza in ambito lavorativo per la quale infatti, conformemente all’art. 37 del d.lgs. 81/2008, il datore di lavoro [e quindi anche la farmacia] ha dovuto/deve sostenere obbligatoriamente gli oneri connessi alla partecipazione dei dipendenti, all’interno del normale orario di lavoro, ai relativi corsi di formazione].
Muovendo comunque dalla Direttiva 2003/88 [recepita dal nostro ordinamento con D.lgs. n. 66/2003], la Corte è giunta a ritenere che l’obiettivo perseguito dal legislatore europeo è quello di determinare prescrizioni minime volte a tutelare i lavoratori attraverso un’armonizzazione tra le normative nazionali e ha prestato particolare attenzione alle disposizioni riguardanti la durata dell’orario di lavoro.
I Giudici lussemburghesi ricordano in primo luogo che, stando proprio alla citata Direttiva, per “orario di lavoro” si intende qualsiasi periodo di tempo in cui il lavoratore svolge la sua attività e le sue funzioni alle dipendenze del datore di lavoro e dunque – precisano ulteriormente – la presenza fisica sul/nel luogo designato/indicato dall’azienda [che, beninteso, non deve ineludibilmente coincidere con il luogo di lavoro abituale] diventa elemento necessario, ma al tempo stesso imprescindibile, per soddisfare i requisiti caratteristici della nozione di “orario di lavoro”.
Di conseguenza – e veniamo così al nodo centrale della questione – il lavoratore che, ad esempio, segue corsi di formazione professionale su richiesta del datore di lavoro deve considerarsi “a disposizione” di quest’ultimo e quindi il periodo di svolgimento rientra indubitabilmente nell’orario di lavoro a nulla rilevando che il corso si svolga all’infuori del luogo abituale di lavoro e/o del normale orario lavorativo.
In conclusione, secondo la CGUE, il lasso di tempo finalizzato allo svolgimento di attività di formazione professionale imposta al lavoratore integra a pieno titolo l’“orario di lavoro” [così come definito dall’art. 2 n. 1 della Direttiva 2003/88], indipendentemente anche dal fatto che il lavoratore non svolga le sue funzioni ordinarie, e/o che il corso si tenga al termine del normale orario di lavoro e/o nell’abituale sede di lavoro o in altro luogo.
Da ultimo, ricordiamo che – a sostegno delle sue conclusioni – la decisione della Corte richiama anche la recente Direttiva 2019/1152 [riguardante, tra l’altro, proprio la formazione obbligatoria] che in Italia è in fase di recepimento governativo a seguito della legge delega n. 53/2021 la quale perciò tradurrà le prescrizioni europee in altrettante norme di legge.

(cecilia sposato)

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