Durante il lockdown ho scelto di donare la farmacia a uno dei miei due figli, farmacista anche lui, senza coinvolgere gli altri familiari e questo mi ha creato subito tensioni e problemi all’interno della famiglia, soprattutto da parte dell’altro figlio che mi rimprovera, appoggiato dalla madre, di non aver considerato che avrei dovuto inserire anche lui nella farmacia visto che non è più richiesta l’iscrizione all’Albo dei farmacisti.
È vero che la donazione mi è stata quasi imposta psicologicamente dalla situazione drammatica derivante dalla pandemia in quel periodo, ma io ho tenuto conto del pessimo rapporto tra i due fratelli che hanno sempre battuto strade diverse non ritenendo perciò opportuno farli convivere nella gestione di un’azienda delicata come la farmacia.
Ho anche considerato che il farmacista è stato in impresa familiare con me per oltre dieci anni contribuendo quindi allo sviluppo dell’azienda e che comunque il mio restante patrimonio potrebbe assicurare la legittima sia a mia moglie che all’altro figlio.
Da allora però mi sono trovato in una situazione familiare difficilissima da cui vorrei uscire, se possibile, senza aspettare la mia morte e il notaio mi ha indicato come soluzione il patto di famiglia avvertendomi che dovrebbero partecipare all’atto tutti i familiari.
Ma sono sicuro che non troverei neppure così il consenso di tutti e vi chiedo allora se può esserci un altro rimedio partendo dal presupposto che io, per le ragioni che vi ho detto, voglio in ogni caso che la farmacia resti interamente al figlio farmacista e che lui mi ha assicurato che farà quello che gli chiederò.

È una mail che abbiamo voluto pubblicare fedelmente perché rispecchia una vicenda purtroppo abbastanza ricorrente e non è necessario spiegarne le ragioni che sono d’altronde intuitive.

Scorrendo però il testo del contratto di donazione, affiorano subito un paio di “criticità” non proprio banali, diverse naturalmente da quelle che il quesito descrive.

La prima attiene alla mancata indicazione del valore venale del bene donato, cioè della farmacia, dato che nel rogito si fa riferimento alla mera situazione contabile/patrimoniale dell’esercizio e questo potrebbe rivelarsi in contrasto con l’art. 782 cod. civ.: tale disposizione, infatti, nel contenuto necessario della donazione include anche l’indicazione del valore del donatum, un valore che però non sembra possa essere – quando si tratti di un’azienda – quello soltanto contabile dei beni che la compongono e/o semplicemente il saldo algebrico di attività e passività [come rileviamo dalla nota allegata al Vs. contratto di donazione in cui, in particolare, non c’è alcuna traccia del bene immateriale di maggior rilievo che è l’avviamento].

L’altra “criticità” riguarda l’assenza, sia nel contratto che nella nota allegata, di un qualunque accenno ai crediti che, alla cessazione dell’impresa familiare, matura ex art. 230 bis cod. civ. – quantomeno a titolo di (eventuali) “incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento ecc.” – qualsiasi collaboratore uscente e dunque anche Suo figlio pur assumendo egli la veste di donatario.

Ma, come si vedrà, la strada che cercheremo di indicare può essere in grado di risolvere anche questi due aspetti.

Accantoneremmo tuttavia l’ipotesi del patto di famiglia suggerita dal notaio, che presuppone – questo è chiaro – che la donazione sia previamente risolta [o, come recita l’art. 1372 cod. civ., “sciolta”] per mutuo consenso: ogni contratto, infatti, e quindi anche quello di donazione, può essere sciolto/risolto se i contraenti, tutti i contraenti, sono in tal senso d’accordo privandolo così di efficacia [generalmente] ex tunc, cioè fin dalla sua stipula.

È vero infatti che il patto di famiglia è una figura sempre più gettonata perché ormai pressoché libera da serie perplessità di ordine sia giuridico che fiscale: ma il fatto è, soprattutto in questo caso, che – come anche il quesito ricorda – la partecipazione al contratto [perché certo di un contratto si tratta] anche del “coniuge” e di “tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore” è richiesta dall’art. 768-quater a pena di nullità.

Tenuto conto allora dello stato attuale di grande tensione all’interno del Suo nucleo familiare, sembra difficile che tale condizione possa essere osservata, anche se astrattamente sarebbe possibile convenire un patto di famiglia che preveda anche disposizioni a favore degli altri legittimari, ma questo richiederebbe comunque un lavoro “preparatorio” non indifferente.

Per quanto ci riguarda, quindi, propenderemmo serenamente per un rogito modificativo/integrativo della donazione da “riparare”, che ad esempio gravi la liberalità di due oneri modali costituiti da altrettante rendite vitalizie, l’una a favore del donante, l’altra a favore del coniuge se in vita al momento del decesso del primo [la costituzione di questo secondo vitalizio non configurerebbe un patto successorio, come tale nullo, perché sarebbe al pari dell’altro un negozio accessorio alla donazione pienamente valido].

Inoltre, in questo rogito modificativo – ovviamente intercorrente sempre tra donante e donatario – potrebbe farsi riferimento, allegandola all’atto, a una situazione patrimoniale aziendale in cui dal lato attivo figuri anche l’avviamento della farmacia e dal lato passivo anche il complessivo importo dei crediti derivanti al donatario dalla cessazione dell’impresa familiare, pur se tale obbligazione, per identità di creditore e debitore, si estinguerebbe poi per confusione ex art. 1253 cod. civ.

Questo patto, insomma, rimetterebbe la donazione in linea con l’art. 782 cod. civ. dato che vi si assumerebbe il valore venale dell’azienda e però – ed è quel che più conta – questo verrebbe ridotto, da un lato, in corrispondenza dell’importo dei debiti ex art. 230 bis cod. civ. e, dall’altro, con l’apposizione dei due oneri modali.

È vero del resto che la costituzione del vitalizio a favore del coniuge del donante avrà effetto solo in caso di premorienza di quest’ultimo, ma – è bene ricordarlo – il valore netto di una donazione va sempre determinato/rideterminato [specie nella deprecata ipotesi di insorgenza di contrasti tra i coeredi] al decesso del donante, che tuttavia è proprio il momento in cui il donatario potrebbe in quell’ipotesi avere interesse a che nella rideterminazione del valore netto della liberalità si tenga conto anche del valore del secondo vitalizio.

Quindi, per tornare al quesito proposto, una volta decurtato come sopra detto il valore originario della farmacia per effetto del patto accessorio che stiamo delineando, il valore netto della donazione potrebbe anche rivelarsi almeno in gran parte imputabile alla legittima del donatario [pari a un quarto dell’intero asse ereditario, determinato a sua volta “integrando” il relictum proprio con il donatum], ma è in ogni caso ineludibile precisare espressamente nel nuovo rogito che la liberalità, ove eccedente la legittima di Suo figlio, dovrà essere ascritta alla disponibile del donante [pari sempre a un quarto dell’intero] con dispensa del donatario dalla collazione.

Quanto alla legittima di Sua moglie, pure corrispondente a un quarto, dovrebbe poter essere agevolmente soddisfatta per intero con il vitalizio costituito oggi a suo favore.

Questa, per concludere, è una soluzione che evidentemente – oltre a non presentare aspetti fiscali di particolare complessità – evita, differentemente dal patto di famiglia, lo scioglimento della donazione permettendo così al donatario di conservare il diritto di esercizio della farmacia ininterrottamente [scongiurando quindi anche il rischio che qualche ufficio pubblico possa ravvisare un duplice trasferimento di titolarità…] ma che soprattutto, come si tentato di illustrare, dovrebbe porre al riparo la liberalità anche nell’eventualità di insorgenza di questioni successorie.

Per di più, con calcoli accorti e puntuali [ma qui potrà esserLe senz’altro di aiuto il Suo commercialista nell’individuazione, oltre che dell’ammontare dell’avviamento, anche dell’importo sia delle due rendite che dei crediti ex art. 230 bis] e sempreché gli altri Suoi beni lo consentano, è anche possibile che la farmacia, assunta appunto nel suo valore netto, possa essere integralmente imputata alla legittima del donatario, senza dunque la necessità di ricorrere alla Sua disponibile, e che pertanto il quadro finale veda i tre legittimari subentrare nel Suo patrimonio in ragione più o meno di un terzo per ciascuno, che coinciderebbe con quel che in realtà probabilmente Lei auspica.

Non possiamo infine non aggiungere che alcuni profili dell’intera vicenda non ci è stato possibile, anche per motivi di spazio, approfondirli adeguatamente e quindi certi passaggi di queste note potrebbero non essere limpidi e/o non condivisibili e forse anche non tutti nel concreto realizzabili.

Ma si è trattato, s’intende, di una semplice ipotesi di lavoro.

(gustavo bacigalupo)

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