Le rimanenze finali di merci di un esercizio costituiscono necessariamente le iniziali dell’esercizio successivo.

Si tratta di una applicazione del c.d. “principio di continuità dei valori di bilancio” che può esprimersi semplicemente in questi termini: ciò che è iscritto in bilancio al 31 dicembre dell’anno n è necessariamente ciò che è iscritto in bilancio al 1° gennaio dell’anno n+1 e così via.

In particolare, le scorte finali di merci (ivi comprese, neanche a dirlo, quelle di una farmacia …) non rappresentano altro che il costo dell’invenduto di un esercizio che viene “sospeso” e rinviato all’esercizio successivo in cui (sperabilmente) si avrà il realizzo di quell’ attività con la vendita della merce.

Questo comporta che le rimanenze finali siano necessariamente una componente positiva di reddito [costo “sospeso” e quindi non imputato nell’esercizio in cui non avviene il realizzo] mentre quelle iniziali – nell’esatto ammontare delle finali dell’esercizio precedente – un costo “re-immesso” nell’esercizio successivo, e perciò una componente negativa di reddito.

Ai fini dell’imposizione diretta questo basilare principio di tecnica contabile è reso nell’art. 92, comma 2 TUIR, secondo cui “le rimanenze finali di un esercizio nell’ammontare indicato dal contribuente costituiscono le esistenze iniziali dell’esercizio successivo” e nell’art. 110, comma 8, TUIR, secondo cui “la rettifica da parte dell’ufficio delle valutazioni fatte dal contribuente in un esercizio ha effetto anche per gli esercizi successivi”.

Quindi se l’Ufficio, sottoponendo ad accertamento – ad esempio – l’anno 2019 rettifica in aumento le rimanenze finali di quell’anno, generando pertanto un maggior ricavo imponibile, quello stesso maggior valore deve essere riconosciuto come costo deducibile per le rimanenze iniziali dell’anno successivo (2020).

Ciò chiarito, desta a questo punto molta preoccupazione una recentissima sentenza della Cassazione (Sez. V n. 17312/2021) che ha affrontato il caso di un accertamento in cui oggetto della rettifica in diminuzione erano le rimanenze iniziali con la conseguente emersione di un maggior reddito imponibile.

Il contribuente sottoposto a verifica aveva contestato l’operato dell’ufficio sotto il profilo della legittimità dato che la possibilità di rettificare in diminuzione per pari importo le rimanenze finali dell’esercizio precedente [proprio in applicazione del principio di continuità dei valori di bilancio, come poc’anzi dicevamo] – e quindi di ottenere eventualmente un rimborso delle maggiori imposte versate per quell’anno – era preclusa dalla circostanza che quel periodo di imposta non sottoposto ad accertamento era diventato definitivo.

Nondimeno, per gli Ermellini l’ufficio agiva correttamente perché la norma letteralmente lo vincola a riportare in avanti il risultato della rettifica (“…la rettifica da parte dell’ufficio delle valutazioni fatte dal contribuente ha effetto anche per gli esercizi successivi) e non – come è avvenuto nel caso concreto – a ritroso (!)

Insomma, un altro esempio evidente di come ormai, nelle decisioni dei giudici supremi, le ragioni di tutela dell’Erario arrivino a stravolgere non soltanto le norme fiscali e la tecnica contabile, ma addirittura anche il famoso… buon senso.

(stefano civitareale)

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