Nei giorni scorsi sono stati rilevati i dati riguardanti l’aumento dei posti di lavoro nel periodo emergenziale, durante il quale sono circa 80.000 le unità lavorative utilizzate.

Parliamo di personale sanitario e in particolare di infermieri [30.000 unità] e medici [20.000 unità] oltre a ulteriori 30.000 unità di professionalità diversa come biologi, assistenti sanitari, ecc.

Ma un certo incremento dell’offerta lavorativa c’è stato anche per i lavoratori farmacisti e segnatamente – come è facile comprendere – per la recente estensione alle farmacie della facoltà sia di effettuare test e tamponi antigenici e sia di aderire agli accordi regionali per la somministrazione di vaccini anti Covid.

Era però anche prevedibile – e infatti così in sostanza è stato – che si trattasse soprattutto di assunzioni a tempo determinato [e anche part-time], come è vero che quelle a tempo indeterminato sono state di numero non superiore al 20% del totale.

Indubbiamente è un dato comunque positivo l’avvenuto inserimento nel mondo del lavoro – sia pure anche qui con contratti di lavoro a tempo determinato [generalmente per non più di sei mesi, anche se spesso rinnovati per egual periodo] o addirittura di lavoro autonomo – di medici specializzandi, per i quali tuttavia i contratti a tempo indeterminato sono stati circa 1.300.

Decisamente meglio è andata e sta andando invece per gli infermieri: più di 10.000 sono stati assunti a tempo indeterminato e 20.000 a tempo determinato.

L’auspicio di tutti, ricordando come sia stata vissuta negativamente – proprio sotto questo aspetto – la fase centrale del Covid, è che a gran parte di questi lavoratori della sanità [“formati” proprio per fronteggiare il difficile periodo pandemico] sia consentito continuare a lavorare nel settore, tanto più che sarà possibile usufruire delle agevolazioni previste dal Governo soprattutto per la trasformazione dei contratti di lavoro a termine in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

È chiaro del resto, o perlomeno dovrebbe essere chiaro a tutti, che – cessata la pandemia in via [più o meno] definitiva – la nostra sanità dovrà darsi fatalmente una struttura più salda di quanto abbia mostrato nel periodo di crisi, e in tal senso spingeranno anche, come noto, gli aiuti del Consiglio europeo agli Stati membri per i quali un piano ben mirato ha infatti messo a disposizione quasi 700 miliardi complessivi di euro [di cui metà a prestito e metà a fondo perduto].

Di questo importo così rilevante, la parte del leone è stata riservata proprio all’Italia con oltre 60 miliardi a fondo perduto, dei quali due terzi da impiegare nel biennio 2021-2022 e il residuo terzo nell’anno 2023.

(giorgio bacigalupo)

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