Stiamo per costituire una società per la gestione della farmacia che ci è stata assegnata all’esito del concorso straordinario.
Non sappiamo deciderci sulla misura del capitale sociale, se cioè è opportuno costituirlo in misura elevata oppure al contrario prevederlo basso e finanziare nel tempo la società man mano che si renderà necessario.
E se in prosieguo di tempo ritenessimo opportuno rinunciare anche in parte ai crediti da finanziamento, che cosa ne deriverebbe?

Accade frequentemente, soprattutto nelle fasi di avvio di una farmacia neoistituita all’esito del concorso straordinario, che i soci  decidano di  prevedere un capitale sociale contenuto, impegnandosi poi al versamento nelle casse sociali di denaro a titolo di finanziamento necessario al miglior funzionamento iniziale dell’azienda sociale.

Peraltro, nel corso della vita sociale i soci potranno decidere di restituire il/i finanziamento/i [in luogo, magari, della liquidazione di utili o dividendi] sempre che le condizioni finanziarie della società lo consentano e comunque seguendo il criterio della postergazione di tale rimborso rispetto al pagamento degli altri debiti sociali.

Non è escluso, tuttavia, che si presenti l’opportunità/necessità di una rinuncia da parte dei soci alla restituzione del finanziamento [tutto o in parte] con precise  conseguenze sul piano sia civilistico che fiscale.

Sotto il primo profilo [civilistico], l’OIC 28 prevede che la rinuncia al credito da parte del socio incrementi il patrimonio della società e contabilmente viene considerato alla stregua di un apporto di patrimonio.

Invece, quanto agli aspetti fiscali, l’Agenzia delle Entrate ha avuto modo di precisare che la rinuncia – che determina evidentemente la cancellazione di un debito nel passivo dello stato patrimoniale – è irrilevante sotto il profilo reddituale, rendendo la sopravvenienza attiva, di norma, non tassabile, sempre che la rinuncia del socio trovi giustificazione nella sua volontà di patrimonializzare la società partecipata, perché quando la rinuncia trovi causa invece nell’animus donandi il relativo importo diventa una sopravvenienza attiva rilevante ai fini fiscali.

La neutralità fiscale della rinuncia è però in ogni caso subordinata al rispetto delle condizioni dettate dal comma 4-bis dell’art. 88 del TUIR, secondo cui la rinuncia dei soci ai crediti si considera sopravvenienza attiva tassabile per la parte che eccede il relativo valore fiscale.

Può essere utile un esempio. La banca Beta ha un credito verso la società Alfa per 100 e Gamma, una società che partecipa ad Alfa, acquista tale credito per il valore di 80 e poi vi rinuncia: in questo caso, se la banca Beta beneficia della deduzione della perdita di 20, parimenti la società dovrà sottoporre a tassazione l’importo di 20, perché in questo caso la parte eccedente il valore fiscale è così calcolata: valore normale (100) – valore fiscale (80) = 20.

La detta disposizione ha il fine di evitare manovre antielusive di generazione di “salti di imposta”, in cui i soci possono acquistare crediti verso la società a un prezzo inferiore al valore nominale e in cui il cedente godrebbe di una deduzione, mentre la società non subirebbe alcuna tassazione.

Per sottrarsi a qualsiasi imposizione tributaria, il socio – con dichiarazione sostitutiva di atto notorio – deve comunicare alla società da lui partecipata il valore fiscale del credito; diversamente, tale valore sarà pari a 0, e quindi l’intero ammontare del credito sarà sottoposto a tassazione.

Giova infine ricordare che tale procedura è prevista solo per i soci che sono persone giuridiche [quindi, poniamo, per una srl o una spa che partecipi al capitale sociale, anche in parte, di un’altra srl o snc, vicende peraltro ormai frequenti anche nel mondo della farmacia], perché – se il soggetto che rinuncia è invece una persona fisica – non si possono evidentemente verificare le distorsioni cui si è accennato, proprio perché configurabili solo in presenza di attività di impresa (Risoluzione n. 124/E/2017).

(francesco raco)