Nel nostro ordinamento tributario, sui passaggi c.d. generazionali di aziende o di partecipazioni societarie non gravano – a certe condizioni che vedremo subito – l’imposta di donazione e quella di successione.

Così, per fare un esempio a noi vicino, l’atto inter vivos [donazione, patto di famiglia] o mortis causa [testamento, legato] con cui il genitore trasferisce la farmacia o quote sociali di società titolare di farmacia al/ai figli non sconta l’imposta di donazione/successione a condizione che i beneficiari:

a) in caso di trasferimento di azienda o di partecipazioni sociali in qualunque misura percentuale di società di persone [snc, sas] si impegnino a proseguire l’attività per almeno cinque anni;

b) ovvero, in caso di trasferimento di quote di partecipazione in società di capitali [pensiamo alla farmacia “contenuta” in una srl], che le quote stesse consentano il controllo della società, cioè in pratica garantiscano per lo stesso periodo di cinque anni la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria (50,01%).

La ratio, che d’altronde è evidente, è quella di agevolare la “staffetta genitori/figli” nella gestione delle aziende di famiglia non depauperandone il patrimonio per effetto del prelievo fiscale.

Ora, la norma in questione [art. 3, comma 4-bis del D.Lgs. 346/90] – nel fissare i requisiti del regime agevolato nel caso di trasferimento di quote di società di capitali [lo rammentiamo: mantenimento del possesso dell’azienda/della partecipazione di controllo per un periodo di almeno 5 anni] – non pone altri limiti e neppure ne condiziona l’applicazione al contenuto dell’attività dell’azienda trasferita.

E se pure è vero che le norme agevolative sono di carattere eccezionale, e per ciò stesso devono interpretarsi restrittivamente, non per questo tali ipotetiche restrizioni possono spingersi al punto di porre limiti oggettivamente estranei alla mente del legislatore.

Quindi, semplicemente, al sussistere delle condizioni richiamate sub a) e b), il bonus – crediamo – non può essere negato.

Ma il Fisco sembra pensarla diversamente, perché in una recente risposta ad un interpello (n. 552 del 25/08/21) è giunto ad affermare che questo particolare regime di esenzione non può applicarsi se le partecipazioni trasferite – quand’anche consentano il controllo, come sopra detto – riguardino però una holding [cioè una società che, se di mera partecipazione, detiene per l’appunto soltanto partecipazioni sociali] che partecipi a sua volta in quota minoritaria a un’altra holding che (finalmente) partecipi in quota maggioritaria a una società “operativa”.

Esemplificando: la Holding A possiede il 30% della Holding B che possiede il 70% della società “operativa” C, situazione che potrebbe ovviamente riguardare anche una o più farmacie [cominciano del resto a essere abbastanza numerosi i casi di holding cui siano ascritte, anche indirettamente, più farmacie…].

Ebbene, detto in sintesi, l’amministrazione finanziaria nega in un caso del genere l’agevolazione perché il controllo maggioritario diretto della società “operativa” C [che, stando sempre all’impostazione dell’AdE, sarebbe la vera e propria “azienda familiare” trasferita e su cui perciò insiste o dovrebbe insistere l’agevolazione] non è esercitato da A ma da B, e quindi l’agevolazione non potrebbe riguardare le partecipazioni di A, non assicurando esse, sempre stando all’esempio, il controllo maggioritario su C neppure in via indiretta.

Come dicevamo, però, una simile conclusione poggia sull’assunto che la nozione di controllo maggioritario debba riferirsi alla società “operativa” – cioè, secondo il Fisco, l’unica “azienda familiare” trasferita meritevole del regime di favore, come accennato – e non alla/e holding contenitrice/i.

Ma francamente è una tesi che parrebbe priva di autentico fondamento, dato che, a tacer d’altro, implicherebbe/implica lo “spacchettamento” delle aziende trasferite al fine di indagare sul loro “contenuto” e/o sulla natura dell’attività da esse svolta fino a giungere a quella operativa, ma senza che – eccoci al punto – un tale principio si rintracci nel testo del richiamato art. 3 del TU delle imposte di successione e donazione.

Certo, questa ostinazione a “piegare” le norme tributarie alle esigenze di gettito, sia pure in nome della (sacrosanta) lotta all’evasione, non è sempre comprensibile, tanto più che il Fisco ha in realtà a disposizione un intero istituto – quello dell’abuso del diritto [di cui abbiamo parlato molte volte], disciplinato dall’art. 10-bis dello statuto dei diritti del contribuente – che permette di perseguire con un’ampia sfera di operatività il contribuente “sospettato” di comportamenti elusivi.

Come vedete, in definitiva, la partita sembra ancora tutta da giocare.

(stefano civitareale)

 

 

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