È una domanda che ricorre spesso, sulla quale è tornata ora la Cassazione con l’ordinanza n. 18785 del 2 luglio, che ha deciso il ricorso di una mamma che aveva chiesto all’ex coniuge il contributo economico in favore della figlia di 26 anni che – poco incline agli studi – aveva anche rifiutato un qualunque impegno lavorativo nell’azienda di famiglia.
Per i giudici, deve escludersi che l’assegno di mantenimento persegua una funzione assistenziale incondizionata dei figli maggiorenni disoccupati, di contenuto e durata illimitati, dovendo perciò il relativo obbligo di corresponsione venir meno nel caso in cui il mancato raggiungimento dell’indipendenza economica si possa ricondurre alla mancanza di un impegno effettivo verso un progetto formativo rivolto all’acquisizione di competenze professionali o dipenda esclusivamente da fattori oggettivi contingenti legati all’andamento dell’occupazione e del mercato del lavoro.
Deve osservarsi, al riguardo, che la strutturale impossibilità di acquisire una capacità reddituale idonea a garantire almeno il grado minimo di autosufficienza economica – ove disancorata dai requisiti sopra illustrati, su cui poggia l’assegno di mantenimento per i figli maggiorenni non autosufficienti – confluisce negli obblighi alimentari.
Ma non solo.
Per la Cassazione, con un passaggio chiave della decisione, il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento si giustifica all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo, tenendo conto delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni, considerato che la funzione educativa del mantenimento è nozione idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo di mantenimento, sia in termini di contenuto, sia di durata, avendo riguardo al tempo occorrente e mediamente necessario per il suo inserimento nella società.
Seguendo quindi questo principio, il genitore tenuto al mantenimento ben potrebbe richiedere la modifica delle condizioni economiche del divorzio [al fine appunto di sottrarsi all’obbligo di corrispondere l’assegno] laddove riesca a provare che suo figlio ha rifiutato opportunità lavorative, perché in questa ipotesi la responsabilità del mancato raggiungimento dell’indipendenza economica sarebbe proprio del figlio, prendendo come indici di questo sia l’età che ovviamente il suo rifiuto ingiustificato di intraprendere un’attività lavorativa e magari anche una eventuale scarsa propensione agli studi.

(federico mongiello)

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