Abbiamo quattro figli ma due soltanto [uno farmacista e uno no] hanno manifestato il desiderio di subentrare a me nella farmacia, mentre gli altri due sono avviati professionalmente molto bene ma in altri settori e in un’altra città.
Per voi credo che sia un problema affrontato tante volte e anch’io vi chiederei di darmi delle indicazioni tenendo conto che sono già pensionato Enpaf e che mia moglie è sempre stata una casalinga che ha splendidamente gestito la famiglia per quasi quarant’anni.
In pratica vi chiedo di darmi un quadro anche sintetico di quelle che potrebbero essere le soluzioni, sottolineando magari quella che riterreste preferibile e quindi più utile ai diritti e alle scelte dei miei familiari e alla sua maggiore praticabilità.
Vi aggiungo anche: che la farmacia è intestata ancora a me personalmente; che i due figli che vorrebbero subentrarmi hanno tra loro un ottimo rapporto e sono entrambi in impresa familiare anche se il figlio non farmacista non è stato mai iscritto all’INPS come invece mi dicono fosse obbligatorio; e infine che ho degli immobili [uno di abitazione e altri due in località di vacanza] con un valore complessivamente vicino a quello della farmacia.

Dal quesito non sembra scontata una cessione in tempi brevi della farmacia da parte Sua e quindi avvieremo la breve disamina sul presupposto che Lei intenda proseguire l’attività con i due figli [uno farmacista e l’altro no] che sembrano voler partecipare con Lei all’esercizio della farmacia.
E allora la soluzione sarebbe, con tutta evidenza, quella di costituire con loro una società di persone o (indifferentemente) di capitali mediante, in ambedue le ipotesi, il conferimento della farmacia e con l’apporto alla società, da parte dei figli, dei crediti maturati alla conclusione del rapporto di impresa familiare, destinata infatti a cessare di diritto al riconoscimento della titolarità della farmacia a nome della società conferitaria [si tratterebbe dei crediti spettanti sia a titolo di utili loro attribuiti nel corso degli anni ma non ancora liquidati e sia (soprattutto) per incrementi aziendali, “anche in ordine all’avviamento”, che l’art. 230bis del cod. civ. ascrive espressamente al collaboratore familiare “in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato”].
A questo punto, per assicurare anche in futuro [almeno in astratto, perché naturalmente nel tempo i rapporti possono non restare necessariamente…idilliaci] la maggiore/migliore stabilità alla partecipazione dei figli alla società titolare di farmacia, Lei potrà disporre della Sua quota sociale – immaginando per comodità che si sia riservato il 50% e che a ciascuno dei figli sia stato attribuito il 25% – ricorrendo a legati, che notoriamente sono disposizioni testamentarie non riguardanti, come invece l’istituzione di uno o più eredi, l’intera o parte di un’eredità, ma singoli beni e comunque sono destinate anch’esse ad agire per il tempo successivo al decesso del disponente.
E potrebbe trattarsi [anche se non sono due ipotesi perfettamente tra loro sovrapponibili, dato che le differenziano particolarità sulle quali tuttavia non vale la pena soffermarsi almeno in questa circostanza] sia di un legato congiunto, disposto cioè congiuntamente a favore dei due figli e avente a oggetto l’intero Suo 50%, ma sia anche di due legati, ciascuno del 25%, e però, sia nell’uno come nell’altro caso, sono negozi unilaterali mortis causa e dunque modificabili o integralmente revocabili in qualsiasi momento.
Inoltre, Lei potrà innestare nel legato congiunto o nei due legati separati un’obbligazione a carico dei legatari, consistente, ad esempio, nel pagamento di un vitalizio a favore della madre così da garantirle una rendita economica: ecco, quindi, che il valore capitalizzato della rendita ridurrebbe per pari ammontare il valore dei legati [potendo, di conseguenza, “alleggerire” anche fortemente – in sede successoria, beninteso – la posizione dei due legatari], ma al tempo stesso costituirebbe anche una liberalità indiretta [che è un tema evidentemente molto ricorrente in questa Rubrica] operando in conto o a copertura integrale della legittima del coniuge, questo dipendendo ovviamente dall’entità della rendita e dall’età della beneficiaria.
Come alternativa a questa prima soluzione, Lei potrebbe anticipare i tempi e procedere in via anche immediata con una donazione diretta, sempre a favore dei due figli soci, ma qui – se non altro per non dover fronteggiare ostacoli sempre possibili in ambiti burocratici – dovrebbe essere sempre una donazione congiunta, cioè disposta congiuntamente a loro favore.
Anche questa è una strada tutt’altro che problematica da percorrere e anzi è quasi banale per la sua estrema linearità e semplicità, ma, diversamente dal legato, l’efficacia della donazione – che inoltre è e resta un contratto intercorrente tra il donante e i due donatari, quindi non revocabile/risolubile se non per mutuo consenso [oltre che per indegnità di uno e/o l’altro dei donatari…] – è immediata, anche se, dato che qui il bene donato sarebbe una farmacia, dovrebbe intendersi di diritto sospensivamente condizionata, con decorrenza ex nunc e perciò dal verificarsi della condizione, al rilascio della titolarità dell’esercizio.
Questa, peraltro, non sarà riconosciuta personalmente e pro quota ai due donatari [pensando, tra l’altro, che la vicenda della titolarità pro quota debba restare circoscritta per sempre ai vincitori di una sede in forma associata in un concorso straordinario, ma tenendo conto in ogni caso che soltanto uno dei due è farmacista], ma verrà assentita a nome della società di persone o di capitali che i due figli dovranno costituire di seguito o contestualmente al rogito di donazione, così da regolarizzare la società di fatto insorta ipso iure quale effetto stesso della liberalità disposta congiuntamente a loro favore.
Anche qui sarebbe preferibile innestare nella donazione – oltre a un primo onere modale costituito dall’obbligo di regolarizzare appunto la società tra i due donatari, come appena detto – anche un secondo onere modale rappresentato da un vitalizio a favore dello stesso donante, meglio se con il diritto di accrescimento con il coniuge, così da garantire un’entrata fissa a Lei in vita ed eventualmente poi a Sua moglie.
Per compensare gli altri due figli, che come Lei dice sono ”avviati professionalmente molto bene”, potrà legare loro gli altri immobili di Sua proprietà, innestando anche in tal caso un’obbligazione a loro carico consistente sempre in un vitalizio a favore di Sua moglie [ma ricordando che in queste vicende la successione nell’asse di un coniuge non può mai essere confusa con quella nell’asse dell’altro coniuge].
Una terza strada potrebbe, infine, esser quella del patto di famiglia, che – come abbiamo visto in altre occasioni – è una specifica figura negoziale con cui, per restare nel Suo caso, il titolare di una farmacia e il socio di una società titolare di farmacia possono trasferire a uno o più discendenti, cioè figli o nipoti in linea retta, l’azienda o le proprie quote sociali, ma pur sempre compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie.
In pratica, il patto di famiglia – che rappresenta, come noto, un’eccezione al divieto di patti successori, una regola codicistica secondo la quale non producono effetti gli accordi che si riferiscono ai beni di una successione non ancora aperta – consente di anticipare la successione dell’imprenditore o di un socio (tendenzialmente) “dominante”, permettendo, al pari delle altre due ipotesi di cui si è parlato, il passaggio generazionale nell’impresa [o anche, ricorrendone i presupposti, al suo interno] e sottraendola pertanto più o meno a qualunque futura disputa ereditaria.
Al patto di famiglia dovranno partecipare, lo sappiamo, il disponente [quindi l’imprenditore o il titolare delle partecipazioni societarie], gli assegnatari [i discendenti dell’imprenditore ai quali egli intende trasferire l’azienda o le partecipazioni] e i legittimari non assegnatari [coloro, cioè, che sarebbero i legittimari se in quel momento si aprisse la successione].
Senza entrare ulteriormente nel merito del patto di famiglia, ricordiamo soltanto che deve essere concluso per atto pubblico a pena di nullità e che deve necessariamente avere per oggetto il trasferimento, anche parziale, dell’azienda o delle partecipazioni sociali o di diritti reali sull’una e/o le altre.
Nel Suo caso specifico i due figli attualmente in impresa familiare [al riguardo, però, qualche preoccupazione può derivarLe dalla mancata iscrizione all’Inps del non farmacista, che parrebbe già di per sé una buona ragione per anticipare le cose…], dunque gli assegnatari della farmacia, potranno liquidare la quota di legittima della madre, se del caso con un modus pure consistente in una rendita vitalizia [a favore altresì, perché no (!), dello stesso disponente] e con la rinuncia espressa a una qualunque liquidazione da parte dei figli non assegnatari.
Quindi, senza comunque doverci soffermare ulteriormente su una vicenda che in ogni caso registra ancora qualche profilo di incertezza sia in dottrina che in giurisprudenza, lateralmente al patto di famiglia Lei  potrà legare ai due figli “non assegnatari” gli immobili di Sua proprietà valutando l’opportunità di ricorrere anche qui all’innesto di qualche onere modale.
Ma è chiaro, per concludere, che sarebbero più di una – e comunque articolate – le questioni che sarebbe necessario esaminare, e con buona profondità, trasferendo le varie ipotesi in sede successoria, dove, come noto, possono insorgere, anche inopinatamente, controversie talora perfino interminabili.

(gustavo bacigalupo)

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