Con un collega sono socio di una società titolare di una farmacia e il ns. statuto prevede la libera trasferibilità della quota da parte di ogni socio a condizione che la cessione avvenga a favore di un figlio.
Avrei progettato proprio di cedere la mia quota a mio figlio ma c’è un problema che sento in tutta la sua gravità: mio figlio non è in condizioni di salute particolarmente buone e quindi vi chiedo se posso inserire nella donazione della quota a lui una clausola che consenta, in caso di un suo prematuro decesso, il ritorno della quota stessa a me o a qualcun altro individuato da me al momento opportuno.
Il problema sta nelle condizioni del rapporto tra me e mia nuora che sono pessime perché contesto in lei tante scelte di vita discutibili.

Talora capita effettivamente che colui che si appresta ad effettuare una donazione a favore di un figlio, del coniuge, ecc., nutra riserve del tipo di quelle cui lei accenna.
Questo lo vediamo soprattutto in alcuni casi di donazione di un immobile, ma nulla vieta evidentemente che abbia a verificarsi una vicenda molto specifica come quella che Lei descrive, e che – se abbiamo compreso correttamente – Le viene suggerita dal desiderio, naturalmente  non contestabile né in alcun modo censurabile, che nella denegata ipotesi che Lei indica la quota sociale [del resto corrispondente alla metà del capitale della società e quindi di una certa rilevanza sia sul piano gestionale che puramente patrimoniale] resti comunque all’interno della Sua famiglia, come sarebbe nel caso in cui la quota fosse retrocedibile a Lei stesso oppure cedibile a Sua moglie o a un eventuale altro Suo figlio.
Senonché, per rispondere direttamente al quesito, la Sua idea può trovare conferma ed essere realizzata soltanto in parte perché – stando all’art. 791* del cod. civ. – la quota sociale potrebbe essere solo retrocessa al donante, cioè a Lei, e anzi, si badi bene, la clausola [che non per caso è definita della riversibilità] può essere apposta al rogito di donazione soltanto in questi termini, pena la sua nullità.


* Art. 791 cod. civ.: “Il donante può stipulare la riversibilità delle cose donate, sia per il caso di premorienza del solo donatario, sia per il caso di premorienza del donatario e dei suoi discendenti. Nel caso in cui la donazione è fatta con generica indicazione della riversibilità, questa riguarda la premorienza, non solo del donatario, ma anche dei suoi discendenti. Non si fa luogo a riversibilità che a beneficio del solo donante. Il patto a favore di altri si considera non apposto.”


Come abbiamo letto, perciò, se la clausola contemplasse espressamente – quale alternativa alla retrocessione al donante – il trasferimento della proprietà del bene, cioè della quota, a un qualsiasi terzo [anche se stretto congiunto del donante e/o del donatario], sarebbe per l’appunto integralmente nulla e considerata come non apposta, talché in ultima analisi non potrebbe funzionare neppure nel senso della retrocessione a Suo favore.
In sostanza, questa condizione di riversibilità è una clausola che, già al momento del perfezionamento della liberalità, permette al donante di stabilire – ma non più di questo – che il bene donato ritorni a lui, e soltanto a lui, al verificarsi di una sola e precisa condizione: quella della premorienza del donatario e/o dei suoi discendenti.
Una delle finalità di tale condizione è infatti proprio quella, coincidente solo parzialmente con i suoi “desiderata”, di far sì che la proprietà del bene [immobile o quota sociale che sia] ritorni – in caso di decesso del donatario – nella sfera, patrimoniale e non, del donante, ma non in quella di un qualunque altro terzo e dunque, per quel che La riguarda, neppure in quella di Sua nuora….
E però, come al solito, se si vuole garantire il pieno raggiungimento dei propri obiettivi, e perciò in questo caso un’inoppugnabile applicabilità della condizione di riversibilità è fondamentale articolare con la migliore esaustività l’atto di donazione, delineando pertanto con la massima chiarezza e inequivocità la condizione – qui, la morte del donatario o del donatario e dei suoi figli – che, una volta verificatasi, determinerà di diritto il ritorno del donatum al donante.
Per concludere, solo così Lei può garantirsi che le Sue volontà siano rispettate e che, al verificarsi della condizione, la quota sociale possa essere da Lei “recuperata” e d’altronde, aggiungiamo per completezza, le norme speciali che disciplinano il settore non frappongono – in una fattispecie come questa – il benché minimo ostacolo.

(gustavo bacigalupo)

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