Ancora oggi, come è noto, le farmacie vengono valutate – almeno in linea generale – in ragione di un multiplo del “fatturato” degli ultimi dodici mesi o dell’intero anno solare precedente, quindi del ricavo netto iva c.d. “caratteristico”.
Si segue perciò il c.d. “metodo dei multipli” che appartiene alla classe dei metodi empirici, cioè di quei metodi di valutazione aziendale che fanno principalmente riferimento alle pratiche commerciali correnti del mercato di riferimento, più che all’analisi effettiva della sua redditività e/o consistenza patrimoniale.
Attualmente, quindi, il “prezzo” [il significato delle virgolette crediamo sia di tutta evidenza] di una farmacia – o, se si preferisce, del suo “avviamento” – oscilla tra il 130 e il 200% del fatturato, cui bisogna aggiungere, in caso di cessione dell’intero capitale, o della sua maggioranza, e non di un’azienda come tale, anche la somma algebrica delle attività e passività nella loro consistenza determinata alla data di riferimento.

 


N.B.: Alcune volte viene utilizzato come parametro di riferimento non il fatturato ma l’EBITDA (acronimo per Earning Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization e cioè utile al lordo di interessi, imposte, svalutazioni e ammortamenti), esprimendo il valore di una farmacia come multiplo di questo importante parametro di performance gestionale; ma si tratta pur sempre di un metodo “empirico” anche se si basa su un indicatore economico della qualità della gestione aziendale più raffinato del semplice fatturato.


Ma questo valore rispecchia adeguatamente la redditività effettiva della farmacia di oggi? O è (ancora) il risultato di una “rendita di posizione” di cui pure bisogna ragionevolmente tenere conto nella determinazione del prezzo?
Per tentare di dare una risposta a questa domanda, prendiamo una farmacia “media” di 1.200.000 euro di fatturato con una redditività del 15% prima delle imposte, di cui è titolare una snc con due soci in partecipazione paritaria.
Tralasciamo le imposte perché queste possono differire notevolmente secondo la natura giuridica del soggetto titolare della farmacia [persona fisica, società di persone, società di capitali].
L’utile netto ante-imposte della nostra farmacia, pari a 180.000 euro, deve remunerare adeguatamente, oltre al capitale investito, anche il lavoro prestato da parte dei due soci nella farmacia stessa e, per la differenza, costituire quell’extra-profitto che va a “ristorare” il rischio d’impresa; in altri termini quel “quid pluris” che spinge ad abbandonare la scelta per un investimento “sicuro” a favore di quella per un investimento “a rischio” tipico di ogni iniziativa imprenditoriale.
Ora, poniamo che il capitale investito nella nostra farmacia sia pari a 190.000 euro, costituito dal magazzino per 120.000 euro e dai cespiti per 70.000 euro.
La remunerazione del capitale investito – l’investimento “sicuro” di cui parlavamo – può essere commisurata al tasso annuo dei BTP a 10 anni che si aggira intorno al 3,5%.
Tale rendimento annuo è pari nel nostro caso a 6.650 euro.
Poniamo, poi, che il lavoro dei soci sia valorizzato per circa 45.000 annui ciascuno, pari approssimativamente al costo-azienda annuo di un farmacista di una certa anzianità.
Con questi “numeri” il sovra-profitto, cioè la differenza – tra l’utile netto ante imposte e la somma del costo della prestazione professionale dei soci e del rendimento del capitale investito – è pari a 83.350 euro.
E qui entra in ballo l’avviamento.
Per un esercizio commerciale come la farmacia, soggetto al particolare regime autorizzatorio che ben conosciamo, vi è una ragionevole aspettativa da parte del mercato che il sovra-profitto permanga per un certo lasso di tempo: poniamo, con un certo ottimismo, per almeno 10 anni.
Il valore di questa “ragionevole aspettativa”, che si ottiene attualizzando il flusso di sovra-profitto per questo decennio a un tasso idoneo a remunerare il rischio d’impresa – poniamo il 4% – altro non è che, appunto, l’avviamento dell’esercizio che l’acquirente deve corrispondere all’atto della cessione.
Applicando le formule di matematica finanziaria, questo valore [lo ricordiamo, calcolato per 10 anni a un tasso del 4%] è pari a 676.043,16 euro, e cioè al 56,34% del fatturato.
Siamo ben lontani, è evidente, dai parametri del 130/200% del “fatturato” che vengono utilizzati ancor oggi per valutare l’avviamento di una farmacia.
Ma, ribaltando per un momento il discorso, ci dovremmo chiedere: dato un valore X di avviamento, che redditività dovrebbe avere la nostra farmacia per poter corrispondere a quel valore?
Con l’aiuto di qualche calcolo – e sempre assumendo gli stessi “numeri” dell’esempio precedente [e cioè: fatturato di 1.200.000 euro; capitale investito di 190.000 euro; utile netto ante imposte di 180.000 euro; rendimento del 3,5% del capitale investito; valorizzazione dell’apporto lavorativo dei due soci per 45.000 euro ciascuno] – potremmo raggiungere queste conclusioni:

  • se l’avviamento corrispondesse a una volta il fatturato, il sovra-profitto sarebbe pari a 147.949,13 euro, derivandone pertanto una redditività netta della farmacia ante imposte del 20,38%;
  • se invece l’avviamento corrispondesse a una volta e mezzo il fatturato, il sovra-profitto sarebbe pari a 221.923,70 euro, derivandone pertanto una redditività netta della farmacia ante imposte del 26,55%;
  • da ultimo, se l’avviamento corrispondesse a due volte il fatturato, il sovra-profitto sarebbe pari a 295.898,27 euro, derivandone in tal caso una redditività netta della farmacia ante imposte del 32,71%.

Anche qui, come vediamo, avremmo valori ben lontani – almeno nella gran parte dei casi – ai benchmark di settore.
Dovremmo quindi concludere che le farmacie costano troppo? Non è esattamente così e, anzi, non lo è per nulla.
Non dobbiamo dimenticarci, intanto, la “rendita di posizione” cui abbiamo accennato all’inizio e la “ragionevole aspettativa” del mantenimento del sovra-profitto nel tempo che quella “rendita” assicura.
A un bar o a un ristorante – in linea generale – non è ascrivibile alcun avviamento trattandosi di attività completamente liberalizzate, per ciò stesso esposte a una concorrenza che potrebbe, perfino in tempi brevi, neutralizzare, in parte o in gran parte o addirittura del tutto, il risultato del lavoro di anni: valgono o possono valere, insomma, quello che tali attività “contengono”, e talora neppure… quello.
Così non è, lo sappiamo tutti, per le farmacie, e abbiamo soltanto accennato ai perché e ai per come, dato che in realtà le variabili possono essere più numerose e soprattutto più rilevanti di quel che si può anche semplicemente sintetizzare in queste brevi notazioni.

(Studio Bacigalupo Lucidi)

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