È quanto ha confermato la Suprema Corte in una recentissima sentenza che ha risolto una vicenda di natura tributaria.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto – all’esito di un accertamento – che la cessione totalitaria di partecipazioni rappresenti, ai fini dell’imposta di registro, una cessione di azienda, tassata dunque in ragione del 3% del valore e non a tassa fissa di € 200, che è quella tipica per la cessione di quote sociali.

L’art. 20 del T.U., come peraltro chiarito dal legislatore in sede di “interpretazione autentica”, non consente di riqualificare l’atto sulla base di dati non desumibili dal rogito.

L’imposta di registro è infatti un’imposta d’atto e pertanto deve essere applicata sulla base delle disposizioni contenute nell’atto stesso, salva la contestazione da parte del Fisco circa una [asserita] elusività dell’operazione nelle forme e con le modalità previste dalle norme vigenti in materia di “abuso del diritto”, un tema da noi affrontato in molte occasioni e su cui fatalmente dovremo in prosieguo tornare più di una volta.

Del resto, prosegue la Cassazione, le due fattispecie [la cessione di quote e la cessione di azienda] sono assoggettate a una diversa disciplina di carattere civilistico e quindi non possono essere in nessun modo assimilate.

È una posizione che ci pare pienamente condivisibile.

(stefano lucidi)

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