[…la Cassazione raccomanda che le fatture passive contengano descrizioni esaustive dei beni acquistati e/o servizi ricevuti]

È infatti con la decisione della V Sez. Civ. n. 12.380 dell’11/5/2021 che la Suprema Corte torna ancora una volta sul problema… infinito dell’inerenza.

Ricordiamo che il principio dell’inerenza all’esercizio dell’impresa di un costo effettivamente sostenuto – principio cui bisogna fare comunque riferimento per determinarne la deducibilità fiscale – non è codificato espressamente da nessuna specifica disposizione, ma è per così dire immanente al sistema delle disposizioni in materia di determinazione del reddito d’impresa.

Inerente è infatti quel costo che “attiene” comunque all’attività svolta anche se non è collegato direttamente alla produzione di alcun ricavo, né nell’esercizio in cui è sostenuto né nei successivi, cosicché – per esempio – il costo di un investimento che sia ragionevolmente ricondotto o riconducibile all’attività svolta è inerente anche se quell’investimento non produrrà alcun ricavo per l’impresa.

Determinare se un costo è inerente o non inerente [perciò deducibile o non deducibile] implica, quindi, un giudizio di carattere sicuramente qualitativo ma in realtà anche quantitativo, dato che, sotto quest’ultimo aspetto, anche costi che siano perfettamente attinenti all’attività – ove sostenuti in misura abnorme rispetto ad essa o rispetto ai parametri del settore in cui opera l’impresa – possono essere considerati (dal Fisco) non inerenti proprio a ragione della “incoerenza” della loro manifestazione numeraria.

In sintesi, entra in ballo – sia per l’aspetto qualità che per quello quantità – l’antieconomicità di un costo aziendale anche se effettivamente sostenuto: io imprenditore sono libero di spendere e spandere utilizzando le risorse dell’impresa ma, se non voglio vedere contestare dal Fisco l’inerenza e per ciò stesso la deducibilità del costo sostenuto, non devo fare operazioni antieconomiche, cioè non giustificate/giustificabili sotto il profilo imprenditoriale.

Ora, se l’inerenza, e pertanto la deducibilità, di un costo viene contestata dal Fisco – sempre che la contestazione sia sorretta da validi indizi e/o presunzioni, s’intende – sta al contribuente, se vuole contrastare efficacemente l’Ufficio, provare di contro che il costo sia effettivamente attinente all’attività; a tale scopo – e qui veniamo al contributo di questa pronuncia della Cassazione sull’argomento – non è sufficiente documentare il reale sostenimento del costo per perfezionare la prova della sua inerenza.

Cioè, io titolare di farmacia posso anche acquistare 1.000 cucitrici d’oro o di platino e pagarle 100mila euro, perciò sostenere effettivamente la spesa; e però, si tratta di un costo che non può ragionevolmente considerarsi (del tutto inerente) all’esercizio della farmacia [anche se di cucitrici io ne ho bisogno…] né come numero di pezzi e men che meno come importo unitario, e questo per l’ovvia considerazione che una cucitrice d’oro o di platino è una scelta gestionale manifestamente sproporzionata.

Per fare un altro esempio, immaginiamo un commercialista che convenga con una farmacia l’onorario, poniamo, di 80mila euro per il controllo di un bilancio periodico o simile: anche qui avremmo una spesa effettivamente sostenuta ma neppure essa pienamente deducibile per valore, perché 80mila euro è un importo verosimilmente eccessivo rispetto alle generali esigenze di un’impresa relativamente piccola come la farmacia, anche nel caso, attenzione, che si tratti di onorario preventivamente da questa accettato e sottoscritto.

Sperando di aver portato un po’ di chiarezza, la domanda a questo punto – diceva qualcuno una volta – sorge spontanea: che cosa è necessario fare?

In realtà l’Ufficio ha buon gioco a negare l’inerenza di un costo quando – accantonando ora i due esempi portati poco fa perché riguardanti una particolare non inerenza o non piena inerenza per quantità e valore [nel primo caso] e per valore [nel secondo] – i documenti che provano il suo sostenimento, in primis le fatture, recano un’indicazione troppo vaga e/o generica del bene acquistato/servizio ricevuto, che non consente quindi di qualificare/individuare con sufficiente precisione la natura del costo e per ciò stesso neppure la sua inerenza.

In situazioni del genere il contribuente, investito dell’onere della prova contraria, dovrà di conseguenza produrre ulteriore documentazione [contratti, preventivi, scambi di corrispondenza con data certa, ecc.] al fine appunto di fare chiarezza sulla natura dei beni e servizi acquistati e integrare le laconiche indicazioni rese in fattura.

È evidente in conclusione [tenendo però sempre presenti i due esempi che abbiamo voluto sottoporvi, per darvi un’idea più concreta anche se forzando deliberatamente l’intera vicenda] che per evitare di incappare in contestazioni le causali delle fatture – in particolar modo con riferimento alle prestazioni di servizi – dovranno essere le più dettagliate e circostanziate possibili, ed in tal senso sarà bene rammentarlo ai nostri fornitori di beni e servizi.

(stefano civitareale)

 

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