Vi prego di aiutarmi a capire ancora una questione che forse è chiara ai più ma noi siamo ancora disorientati.
Riceviamo proposte dai rappresentanti per mascherine confezionate sicuramente da sartorie e ditte a noi non note, cosa dobbiamo pretendere per essere in regola? Non devono riportare il marchio CE, mi pare di capire, ma dobbiamo pretendere copia della autocertificazione che il produttore dovrebbe aver inviato al Ministero della Salute? Ed è sufficiente questo oppure occorre anche un’autocertificazione o altro documento della farmacia perché questa possa venderle senza problemi?

Le farmacie, vendendo direttamente al consumatore finale, non rientrano sicuramente tra i soggetti obbligati a rilasciare le autocertificazioni di cui tanto si parla, che invece costituiscono un onere per le sole imprese che le producono e intendono vendere e/o importare in Italia le mascherine alle quali si fa riferimento nell’art. 15 del “Cura Italia”.

Tuttavia, come chiarito da una recente circolare della Federfarma, le farmacie sono tenute – questo è certo – a conservare le autocertificazioni ai fini dei controlli da parte dei [fin troppo numerosi] organi “competenti”, ma anche a verificare, secondo le comuni regole di buona pratica professionale valide/applicabili per ogni prodotto ceduto dalla farmacia, che i dispositivi non presentino segni visibili di danneggiamento o che si rivelino palesemente inidonei all’uso cui essi sono destinati.

Quel che però – almeno per noi – resta tuttora incerto è se la vendita al dettaglio da parte della farmacia sia lecita a prescindere da un’autorizzazione dell’Istituto Superiore di Sanità e/o dell’Inail [e dunque se sia sufficiente, da un lato, che l’impresa produttrice/importatrice abbia trasmesso ai due Istituti e naturalmente anche alle farmacie l’autocertificazione e, dall’altro, che siano decorsi i fatidici tre giorni dalla trasmissione all’ISS e all’Inail senza che sia intervenuto alcun riscontro da parte dell’uno o dell’altro] oppure se, ben diversamente, la vendita sia comunque condizionata a un provvedimento di natura sostanzialmente autorizzativa [o di mero nullaosta], anche rilasciato successivamente al decorso dei tre giorni.

Per quanto ci riguarda, ribadendo le nostre difficoltà a optare fortemente per l’uno o l’altro corno del dilemma, crediamo di dover cautelativamente propendere per la seconda soluzione [anche se per la verità l’emergenza sanitaria e la disciplina in deroga potrebbero/dovrebbero spingere già per conto loro verso un abbassamento… dell’asticella delle cautele].

In linea generale, quindi, tanto più in un clima di “caccia alle streghe” come quello che da tempo sta ingiustificatamente [e ingiustamente, almeno per la stragrande maggioranza delle farmacie che hanno dovuto farne le spese] caratterizzando le mascherine, ci pare se non altro più salutare che le farmacie le pongano in vendita solo dopo che esse – quando evidentemente siano prive del CE, perché in caso diverso i problemi sostanzialmente si azzerano – abbiano ricevuto un placet pubblico.

Ma, ripetiamo, questa volta non potremmo giurare su nulla non rientrando neppure noi tra i più [ma chi sono costoro?] per i quali la questione sarebbe invece liscia e piana: abbiamo scartabellato tra disposizioni, note e circolari varie, senza però cogliere la soluzione regina.

Forse la nostra è stata una ricerca frettolosa o non abbastanza accurata, ma siamo riusciti soltanto a prendere visione dell’elenco aggiornato al 23 aprile delle 62 mascherine validate dall’Inail e anche della risposta a una Faq che nega la configurabilità in questo caso del silenzio-assenso.

Probabilmente questa è una Faq cui si risponde correttamente, ma non crediamo possa dirsi lo stesso per un’altra Faq [o fake?] che considera quello dei tre giorni un termine non perentorio perché diretto “a favorire il più rapido compimento di una data attività”: nel comma 3 dell’art. 15 del Cura Italia leggiamo infatti che [l’Inail] “si pronuncia” e questo di per sé sembra indicare perentorietà, quel che d’altra parte si ricava anche dalla massima urgenza che ispira l’intero provvedimento e dalla stessa previsione di dispositivi in deroga.

In definitiva, però, non neghiamo che qualcosa possa esserci sfuggito.

Infine, è una notizia dell’ultimissima ora, è stato fortunatamente risolta senza effettivi pregiudizi per le farmacie e in termini straordinariamente accelerati – come ha reso noto ancora la Federfarma in tre successive circolari di ieri – la questione del prezzo al pubblico di una singola mascherina, imposto in Euro 0,50 al netto dell’iva dall’ordinanza del Commissario straordinario di Governo n. 11/2020: un accordo infatti tra il Commissario Arcuri, l’Ordine dei farmacisti [forse però è la Fofi…], la Federfarma e l’Assofarm chiarisce che “Alle farmacie che, negli ultimi giorni, hanno acquistato dispositivi di protezione ad un prezzo superiore ai 50 centesimi verrà garantito un ristoro ed assicurate forniture aggiuntive tali da riportare la spesa sostenuta, per ogni singola mascherina, al di sotto del prezzo massimo deciso dal Governo”.

Indubbiamente una buona notizia che chiude questa interminabile vicenda.

(gustavo bacigalupo)