[…al socio subentrante va imputato il reddito sociale dell’intero anno riferibile alla quota ceduta, compresi eventuali utili “in nero”]

Interessante l’ordinanza resa di recente dalla Corte di Cassazione (Sez. V n. 20126 del 30/07/2018) che interviene sul tema del c.d. “principio di trasparenza” di cui all’art. 5 del TUIR – come noto applicabile al reddito delle società di persone – facendone discendere un’importante implicazione ai fini dell’accertamento fiscale e della conseguente imputazione di eventuali utili “in nero” ai soci.
Ricordiamo rapidamente che, in virtù di quel principio, il reddito prodotto dalle società di persone – e quindi, almeno in questo momento, anche dalla gran parte dei soggetti titolari di farmacia – viene bensì determinato in capo alla società come tale, ma quanto alla sua tassazione imputato direttamente pro-quota ai soci indipendentemente dalla percezione.
Ebbene, la Corte ribadisce dapprima un principio consolidato in materia: “qualora nel corso di un esercizio sociale di una società di persone si sia verificato il mutamento della composizione della compagine sociale, con il subentro di un socio nella posizione giuridica di un altro, i redditi della società devono essere imputati, ai sensi e per gli effetti del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5 esclusivamente [perciò per l’intero anno n.d.r.] al contribuente che sia socio al momento della approvazione del rendiconto (e, quindi, al socio subentrante) proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili, e non già al socio uscente ed a quello subentrante attraverso una ripartizione in funzione della rispettiva durata del periodo di partecipazione alla società nel corso dell’esercizio  [il “socio uscente”, quindi, esce davvero di scena anche fiscalmente – n.d.r.]. Ciò in quanto una siffatta semplicistica ripartizione alla stregua del periodo di partecipazione non corrisponde necessariamente alla produzione del reddito da parte della società nei vari periodi, (produzione non continua né uniforme nel tempo, e quindi insuscettibile di essere in tale misura frazionata), mentre secondo i principi civilistici in tema di ripartizione degli utili nelle società di persone – cui la disciplina tributaria coerentemente si uniforma – il diritto agli utili matura solo con l’approvazione del rendiconto”.
Ma fin qui niente di nuovo, come dicevamo, perché è il successivo passaggio a contenere in realtà un’implicazione di grande rilievo: il caso deciso dalla Corte aveva a che fare con un accertamento fiscale nel corso del quale veniva contestata alla società accertata [che aveva assistito nel corso dello stesso anno oggetto di verifica ad un mutamento delle persone dei soci] la produzione di utili “in nero” e perciò non figuranti in bilancio: “benché nel caso che occupa si tratti non di utili risultanti da bilancio ma di utili extrabilancio, vale comunque il principio affermato nei precedenti citati, per cui non è giustificabile la imputazione del maggior reddito societario, ai soci receduti in corso d’anno, in rapporto al periodo di partecipazione [quel che evidentemente avevano proposto gli organi verificatori – n.d.r.] posto che la maturazione del reddito da parte della società non avviene necessariamente secondo un criterio costante ed uniforme nel tempo (…)”.
In altri termini, il principio per il quale tutto l’utile dell’anno deve imputarsi al socio che sia tale “al momento dell’approvazione del rendiconto” (in sostanza, però, da leggere “al 31 dicembre dell’anno di riferimento”) non ammette deroghe, neppure in sede di accertamento fiscale.

Ai fini dell’imputazione annuale degli utili, insomma, tra utili “da bilancio” e utili extra-contabili (quindi “in nero”) non c’è differenza, perché gli uni e gli altri vanno interamente imputati ai soci possessori delle quote al 31 dicembre di ogni anno.
E al Fisco, questa la sintesi dell’arresto giurisprudenziale, non è consentito presumere diversamente.

(franco lucidi)