Sono socio al 50% di una snc titolare di farmacia costituita nel 2003 con durata sino al 2060; i rapporti con il mio socio si sono tuttavia nel tempo deteriorati, nonostante la farmacia vada bene, e forse troppo bene perché temo che proprio questo abbia contribuito a rendere sempre più difficile gestire insieme la farmacia.
Tenendo presente che siamo entrambi amministratori, io penso inoltre di poter documentare che negli ultimi 10/12 mesi il mio socio ha sottratto somme dal conto corrente della società, prelevando denaro contante superiore alle necessità visto che in contanti sosteniamo poche spese, ma anche acquistando a nome della farmacia beni consegnati a casa sua.
Voi avete dedicato tempo fa un Webinar a questi problemi e quindi vorrei che mi indicaste quali possono essere i rimedi per interrompere la società in modo legittimo o se invece può valere la pena, considerata la scadenza così lontana del rapporto, tentare di ricomporlo riorganizzando la società anche in considerazione di questo andamento crescente della farmacia.

Come avrete probabilmente constatato, questo è un tema che viene riproposto abbastanza spesso e non soltanto da società formate tra i vincitori in forma associata nei concorsi straordinari, nelle quali il rapporto tra i soci – come abbiamo sottolineato altre volte – non sempre si è formato con limpidezza o perlomeno con buona conoscenza tra/dei compagni di cordata, quel che può spiegare già di per sé l’insorgere di situazioni come questa o assimilabili a questa.

Ma non c’è dubbio che il numero delle società titolari di farmacia tende a crescere ben oltre l’ambito delle farmacie assegnate congiuntamente a più farmacisti nei concorsi straordinari, e quindi è chiaro che – non foss’altro che per mere questioni… numeriche – possono diventare più frequenti anche i casi di divergenze, dissidi o addirittura conflitti tra soci.

Del resto, piaccia o non piaccia [anche se in realtà bisogna rendersi conto che generalmente è opportuno che… piaccia], la titolarità delle farmacie è destinata sempre più a essere ascritta a società, di persone o di capitali, costituite da farmacisti e/o da non farmacisti o, come sapete bene, (anche) dal famoso “capitale” che, avvalendosi soprattutto di holding di partecipazione, sta investendo o tentando d’investire risorse ingenti nel settore, verosimilmente ritenendolo tra quelli meglio in grado di generare redditi.

Generare redditi, infatti, è proprio l’obiettivo centrale – ma in realtà esclusivo – che perseguono i fondi d’investimento o simili, che, se escludiamo qualche meritoria e quasi eroica “famiglia” storica di farmacisti, costituiscono prioritariamente il “cuore” finanziario di gran parte di queste operazioni puramente speculative.

E però, attenzione, il conferimento di farmacie a titolarità individuale in società è un’opzione sempre più gettonata anche dai farmacisti c.d. indipendenti, rispondendo d’altronde anche a esigenze variegate sulle quali ci siamo soffermati ripetutamente e che in ogni caso depongono – tutte o quasi – per questa scelta sia per la sua migliore idoneità, in principio, a risolvere altresì questioni afferenti direttamente o indirettamente ai “passaggi generazionali” delle farmacie [spesso evocati e per lo più a ragione], ma sia anche per la maggiore capacità del modulo societario a rendere più agevole, ma spesso fruttuosa anche fiscalmente,  la gestione di una o [meglio ancora]di più farmacie.

Questa lunga premessa, peraltro soprattutto descrittiva e quindi forse più agevolmente comprensibile, aiuta probabilmente a comprendere perché – in parallelo con il fenomeno appena accennato – possano insorgere anche difficoltà, come quelle descritte nel quesito, di/nei rapporti tra soci, indipendentemente che si tratti di farmacisti o meno, anche se per la verità le crisi tra loro sembrano spesso conseguire più che altro a un mancato adeguato riparto di attribuzioni all’interno dell’esercizio dell’impresa, quel che talora può infatti cogliere il socio [specie se poco esperto di gestioni aziendali in forma collettiva] impreparato a un lavoro di squadra.

Nel vs. caso, però, parrebbe proprio che stia bensì in qualche modo danneggiandovi anche una crescita aziendale superiore, o magari di gran lunga superiore, alle vs. linee organizzative originarie; e però contribuiscono sicuramente anche altri fattori, compreso quello che qui si coglie con facilità e che sta con tutta evidenza nell’imperdonabile leggerezza con cui nell’atto costitutivo della vs. snc è stata apposta – da voi o da chi per voi – una durata della società così lunga*


*E anzi forse, ma sottolineiamo forse, tanto lunga da poter legittimare addirittura una cessazione anticipata del rapporto, e dunque lo scioglimento della società, con un semplice recesso  – ad nutum, come si suol dire – da parte di uno di voi, come cioè se la snc fosse stata contratta a tempo indeterminato].


Diversamente, una durata non eccessiva [diremmo dieci anni e non di più, fatta salva qualche situazione connessa all’età e ai programmi di qualche componente della “famiglia”] può generalmente meglio aiutare la conservazione di sani  rapporti tra i soci, perché li costringe in sostanza a confermare/rinnovare la loro reciproca affectio societatis prorogando tacitamente – ad esempio, di triennio in triennio, di anno in anno, ecc. – il rapporto sociale tra loro, e dunque la vita della società, non manifestando, l’uno agli altri, la volontà di far cessare il rapporto alla data originariamente convenuta o a quella derivante dalle eventuali successive proroghe.

Nel vs caso specifico, stando a quel che leggiamo, non sembra che il dissidio tra voi sia davvero insanabile [trascurando le difficoltà di poter documentare in termini non equivoci eventuali malversazioni dell’altro socio…], tale perciò da paralizzare nei fatti – almeno in gran parte – la stessa attività sociale, perché solo in un’evenienza del genere potrebbe effettivamente profilarsi, anche secondo la giurisprudenza, un “rischio concreto”, cioè un’ipotesi di impossibilità di conseguimento dell’oggetto sociale che, ai sensi dell’art. 2272, c.c., n. 2, comporta/può comportare lo scioglimento anticipato della società [posto pure che questa sia per l’uno e/o l’altro di voi una soluzione agile e fruttifera].

In ogni caso, replicando quanto già osservato in analisi precedenti, nelle società di persone, specie se composta da due soli soci come la vostra, il dissidio tra loro – laddove imputabile al comportamento di uno dei due che si sia reso gravemente inadempiente agli obblighi contrattuali e/o ai famosi doveri di fedeltà, lealtà, diligenza, correttezza, ecc., inerenti alla natura fiduciaria del rapporto societario e ancor più all’incarico di amministratore– rileva o può rilevare:

  • come giusta causa di recesso del socio adempiente [quindi in questo caso Lei], il quale potrà pertanto recedere dalla società, e naturalmente in una snc di dimensioni ridotte la sottrazione/distrazione da parte di un amministratore di una somma di denaro può essere indubbiamente un grave inadempimento e quindi davvero configurare di per sé una giusta causa per uscire unilateralmente dalla società;
  • oppure, in alternativa, come causa di esclusione dell’altro socio [su questo tema v. Sediva News del 4 novembre u.s.].

Sono due rimedi tutt’altro che di facile adozione, e ancor meno lo sarebbe [salvo che il Vs. statuto non preveda diversamente] azionare il dissidio come causa di scioglimento della società ai sensi dell’art. 2272 c.c., n. 2, non sembrando la situazione tale da rendere “impossibile“, almeno qui, il conseguimento dell’oggetto sociale, se non altro per la possibile esperibilità nel concreto di uno dei due rimedi appena descritti.

In conclusione, è vero che – potendo forse Lei dimostrare le… malefatte dell’altro socio – nessuna delle tre strade [recesso, esclusione, scioglimento] parrebbe esserLe preclusa, ma in ultima analisi Lei dovrà tener conto anche di altre considerazioni sul piano pratico e/o su quello fiscale, che potranno suggerirLe uno o l’altro dei percorsi indicati, ma anche convincerLa a una soluzione che possa permettere di proseguire, a valle ovviamente delle dovute messe a punto del vs. rapporto e di qualche ben congegnato patto parasociale, l’esercizio in comune della vs farmacia.

(gustavo bacigalupo)

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