Entriamo subito, come si suol dire, in medias res, quindi nel cuore del tema che oggi proponiamo con questo titolo. E allora.

 

Vi è mai capitato di sentirvi sopraffatti? 

Ore e ore di presenza attiva, di attenzione sostenuta, di risposte calibrate al tono e al bisogno di chi stava dall’altra parte del bancone: e sembra così facile che a volte ci si dimentica quanto investire tutte le proprie risorse mentali e fisiche in questo “semplice” atto può in realtà rivelarsi una fatica che costa più di quanto si sia disposti ad ammettere.

Perché tante piccole richieste si aggiungono una sopra l’altra e, prima che ci si renda conto, si sta portando un macigno pesante sulle spalle.

 

Cosa fare quando le parole degli altri si trasformano in rumore?

La fatica che si sente quando si porta questo peso viene definito “lavoro emozionale”: è la c.d. “commercializzazione dei sentimenti” dei lavoratori e delle lavoratrici, che acquisisce un vero e proprio valore monetario sotto forma di servizio, perché sono evidentemente i clienti che usufruiscono delle emozioni umane altrui –  in questo caso dei farmacisti – trasformandole in un bene di consumo e però, al tempo stesso, anche in un requisito lavorativo fondamentale.

Ciò si traduce in uno sforzo psicologico, il quale viene impiegato dai lavoratori per gestire e regolare le proprie emozioni al fine di soddisfare le aspettative anche quando nel farlo si prova – per così dire – dissonanza.

 

Cosa succede ai farmacisti?

Loro sono i primi – se non, talora, addirittura i soli – interlocutori con cui si interfaccia il paziente e ciò avviene in setting confuso: la farmacia non è un luogo calmo e riservato, come può essere uno studio, perché spesso è affollato e frenetico. Questa condizione peggiora ulteriormente lo scambio relazionale, a maggior ragione considerando che non c’è un confine, dato che il banco è abbastanza effimero.

Ci sono vari indizi che possono aiutare a riconoscere quando l’emotional labour inizia a pesare troppo.

Per prima cosa, si prova la sensazione di indossare una maschera pesante che, anche a fine turno, è difficile togliere. Quando poi l’irritabilità diventa un’ombra che si palesa anche con le persone fuori dall’orario di lavoro, si può “spuntare un’altra casella”. Anche se è difficile da ammettere, si comincia ad avvertire qualche difficoltà nel provare empatia reale – ci si accorge di “fingere” interesse senza sentirlo – e dopo le interazioni ci si sente svuotati piuttosto che soddisfatti.

Se anche i sogni e/o i pensieri diventano infestati da sensazioni o scene vissute durante il proprio turno, vuol dire che il malessere è ricorrente.

Infine, quando non ci si sente visti e sembra addirittura che nessuno capisca quel che si prova, vuol dire forse che il limite è stato quasi raggiunto.

 

Questa continua negoziazione rischia di diventare un debito verso sé stessi – ma come si può estinguere?

Quando tutto sembra pesante, alleggerire il carico è la soluzione più utile. Il primo passo – e forse il più difficile – è riconoscere e dare un nome a questo fenomeno, e riconoscere questo fenomeno, attenzione, è già un atto di cura verso se stessi.

Aprirsi e parlarne è allora il secondo atto di coraggio, la prima resistenza che viene abbattuta, quel che aiuta a decomprimere e defaticare.

Con chi?

Con chiunque di fidato che faccia parte della propria quotidianità ed è già il primo tassello per spezzare quel loop in cui il “non detto” tende a sedimentarsi e a sommergere sempre di più.

E se sembra di non avere nessuno con cui poterlo fare? 

Il pessimismo può anch’esso essere il bastone tra le ruote che mettiamo a noi stessi, ma qualcuno disposto ad ascoltare c’è sempre o quasi e – laddove la rete personale sembra mancare – quella dei professionisti appositi è pensata proprio per colmare quel vuoto.

Il paradosso è che essere empatici spesso fa soffrire di più, perché “staccare” risulta ancora più difficile.

Tra i requisiti umani, l’empatia è preziosa per il farmacista ma, se non gestita, diventa anche logorante. C’è un confine sottile tra empatia funzionale [capire il dolore altrui e aiutare] e fusione emotiva [il dolore altrui diventa il mio].

Oltrepassare quel confine, nel tempo, porta alla compassion fatigue: l’esaurimento dell’empatia stessa.

Creare piccoli rituali di transizione tra il lavoro e la vita privata aiuta più di quanto si pensi. Può essere togliersi il camice appena si rientra a casa — fisicamente e simbolicamente — e/o stabilire un punto fisico oltre il quale la giornata lavorativa è ufficialmente finita, e/o semplicemente fare qualcosa che appartenga solo a sé. Anche parlarne nel team o tra colleghi è/può essere fondamentale, perché la condivisione aiuta a ridurre il peso individuale e creare un baricentro comune.

Infine, un regalo che bisogna fare a se stessi è riconoscere di avere un limite, e mirare a che questo limite non significhi necessariamente indifferenza o negligenza verso gli altri ma, ben diversamente, funga da postilla per ricordarsi che staccare e prendersi cura di sé non è egoismo, ma è il motore per continuare a prendersi cura degli altri e per vivere meglio la propria vita.

(valeria landi)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!