La farmacia dovrebbe essere percepita – è difficile negarlo – come un luogo di cura e spesso, ma non sempre, è proprio così e allora i vs. sforzi dovrebbero muoversi fortemente anche in questa direzione, come d’altronde abbiamo rimarcato anche noi più volte e da ultimo anche nella “tavola rotonda” su Chi ha paura di Amazon.

Ma chi cura… chi cura?

Il farmacista sorride, consiglia, rassicura: ma dietro il bancone può nascondersi – e questo certo lo sapete meglio di noi – addirittura un esaurimento invisibile o quantomeno “mascherato”.

In psicologia c’è quasi naturalmente una differenza tra il burnout [letteralmente: bruciarsi, esaurirsi] che si accumula e quello conclamato; è una questione, va da sé, di intensità, consapevolezza e funzionalità della persona.

Il burnout non è tuttavia un evento improvviso, ma un processo di esaurimento progressivo e dunque fatalmente [anche] insidioso, che va oltre la semplice stanchezza e che può avere più fasi, per ciò stesso da non ignorare e neppure minimamente sottovalutare.

E però, a differenza dello stress – che è una risposta fisiologica o psicologica a situazioni difficili – il burnout è una sindrome causata da uno stress lavorativo cronico non gestito e l’OMS (2022) ne individua tre dimensioni caratteristiche:

  • un esaurimento persistente che non migliora con il riposo;
  • un distacco emotivo e mentale dal lavoro accompagnato da cinismo e negatività (depersonalizzazione);
  • una ridotta efficacia professionale, con minor senso di realizzazione e difficoltà nella gestione di compiti ed emozioni.

L’insidia sta in particolare nel fatto che – paradossalmente – in farmacia il burnout è “silenzioso”, perché la routine lo nasconde: si continua a lavorare, ma svuotati e il rischio di confonderlo con stanchezza normale o “periodi no” è un confine labile.

Ma, attenzione all’effetto “spugna”. 

Il contatto continuo con il pubblico è composto da tante variabili, spesso intangibili, come richieste, lamentele, urgenze emotive dei pazienti; la conseguenza è che l’asticella del carico cognitivo si alza sempre più e si comincia ad assorbire a profluvio senza avere la possibilità di decontaminarsi, e così le energie emotive si consumano più in fretta di quanto si riesca a ricaricarle. 

Per di più, il ruolo “ibrido” di chi indossa il camice ogni giorno porta a doversi destreggiare perennemente tra ambito sanitario e ambito commerciale, alimentando così un conflitto interno, quasi identitario, e al tempo stesso anche l’idea di una chimera resistente e infrangibile.

Chi lavora in farmacia sa che, soprattutto nei contesti più piccoli e periferici, non ci si limita a dispensare farmaci: si è confidenti, punti di riferimento, custodi di un rapporto fiduciario con la comunità e con il singolo che spesso va oltre il bancone: un peso relazionale che con ogni evidenza è tutt’altro che trascurabile.

Eppure – ma è forse qui che si annida il rischio maggiore – proprio tale centralità può indurre a dimenticare che dietro quella figura socio-sanitaria di rilievo c’è, prima di tutto, un essere umano: qualcuno che deve fronteggiare, oltre allo stress emotivo, anche problematiche lavorative quotidiane, come turni, reperibilità, carenze di personale, dinamiche interpersonali conflittuali sul posto di lavoro.

Ma quali sono, nel concreto, le conseguenze di un simile sovraccarico?

L’atteggiamento muta, e quasi sempre in peggio: può infatti insorgere (o accentuarsi…) una sorta di cinismo verso le persone e calare – forse parallelamente – la soddisfazione professionale fino a sfociare in quel distacco emotivo che trasforma o può trasformare il lavoro in un automatismo, accompagnato oltretutto da irritabilità, difficoltà di concentrazione, errori insoliti e un’incapacità sempre più marcata di “staccare” davvero fuori dall’orario di lavoro.

Segnali certo non facili da fronteggiare.

È ormai del resto profondamente radicata – perlomeno nel settore, ma il fenomeno tende in realtà a estendersi quasi dappertutto – una cultura della resistenza [ben diversa, attenzione, dalla fin troppo evocata resilienza] e addirittura di un qualche “professionalismo a tutti i costi”, nel quale riconoscere il proprio disagio equivale, nell’immaginario collettivo, a confessare una debolezza: uno stigma, questo, che si aggiunge a una pressoché totale assenza di “supervisione psicologica strutturata”, lacuna evidentemente stridente sol che si pensi che altri setting sanitari, dagli ospedali alle RSA, ne sono invece dotati.

Ma riconoscere il problema è già il primo passo verso la sua de-stigmatizzazione.

Le soluzioni non richiedono stravolgimenti epocali, perché potrebbero bastare una supervisione tra pari [o naturalmente con un professionista, come uno psicologo], o una ridefinizione più netta dei confini del ruolo professionale o – non da ultimo – il ricorso alla consulenza esterna, tenuto conto d’altra parte che molto spesso il famoso “sguardo da fuori” può vedere più e/o meglio di quel che è lecito vedere dall’interno.

In fondo, potrebbero rivelarsi probabilmente sufficienti pochi ma chiari punti fermi: il bancone non deve essere una trincea, e dunque investire nel benessere del farmacista significa investire nella qualità della cura che egli è in grado di offrire.

(valeria landi)

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