[Contributo n. 8 a “Chi ha paura di Amazon?”]

di Romina Raponi

L’ingresso di Amazon nella filiera del farmaco costringe dunque l’Europa a contrapporre al modello di efficienza logistica statunitense un approccio basato sulla sostenibilità etica e sociale, quasi a voler ribadire con forza che la salute non è un bene di consumo, ma un servizio di interesse generale.

Questa rivoluzione digitale solleva del resto complesse sfide normative e deve essere accompagnata fatalmente da regole di responsabilità condivisa e garanzie di equità nell’accesso: è necessario quindi “conciliare” un potenziale modello chiuso come quello di Amazon con i principi del nostro SSN e, in particolare, con la presenza/continuità territoriale [e temporale] obbligatoria delle farmacie.

In quest’ottica, si rende inoltre necessaria una ridefinizione delle norme sulla dispensazione a distanza, individuando le modalità più adeguate per integrare questi modelli nella nuova rete territoriale definita dal PNRR (Case di Comunità, potenziamento della Farmacia dei servizi) e una chiara attribuzione di responsabilità in un ecosistema digitalizzato, anche – ma, direi, soprattutto – per la farmacovigilanza e l’aderenza terapeutica.

Il che ovviamente implica sotto il profilo economico che le farmacie, per rendersi più competitive, debbano iniziare a puntare non più [soltanto] sul prezzo, ma sulla rilevanza del dato perché non va dimenticato che la forza di Amazon risiede particolarmente nella sua capacità di integrare i dati di acquisto e le abitudini di salute.

La logica conseguenza è dunque che le nostre farmacie – se vogliono restare competitive – devono trasformare il dato in un asset strategico attraverso strumenti evoluti come CRM [sistema informatico che serve a gestire in modo strutturato le relazioni con i clienti/pazienti], programmi di loyalty [iniziative pensate per premiare la continuità e la fiducia del cliente/paziente], indicatori di salute e prevenzione, partnerships con MMG e ASL, riconoscendo che la fiducia è un valore durevole da misurare.

In questo contesto, il dato sanitario diventa/deve diventare irrinunciabilmente un patrimonio collettivo [e non una… merce], quindi non semplicemente da subire ma tutt’altro, e che come tale apre (anche) alla farmacia la sfida della partecipazione alla costruzione di uno Spazio europeo dei dati sanitari (EHDS), rendendola pertanto un vero e proprio hub locale di dati di salute.

Strategicamente, insomma, la farmacia [che, beninteso, deve essere in grado di dotarsi di strumenti di interoperabilità e sicurezza, come – poniamo – il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0] non deve cercare di “battere” Amazon sul suo terreno, ma concentrarsi nel tentativo di riportare la tecnologia sul campo della cura e quindi, attenzione, la risposta non è difensiva, ma veramente identitaria e rigenerativa: cioè, quella di ridefinire la prossimità in chiave relazionale, cognitiva e predittiva.

D’altronde, almeno sulla carta l’Italia avrebbe già – perlomeno nei voti della sua classe dirigente – la soluzione: si tratta naturalmente della Farmacia dei Servizi, introdotta – nel sistema normativo – da oltre quindici anni ma – nella sfera operativa – da un anno o poco più, e progettata, non va mai dimenticato, soprattutto per trasformare [definitivamente?] la farmacia in un punto di accesso territoriale al Servizio Sanitario Nazionale.

E allora, se il SSN riuscirà anche nel concreto ad accompagnare efficacemente la farmacia – specie, evidentemente, con adeguati sostegni di finanza pubblica – in questo progettato modello integrato di sanità di prossimità, mancherà in definitiva a quel punto soltanto un’autentica cultura del dato: la capacità, quindi, di raccoglierlo, di leggerlo e soprattutto di restituirlo come valore per il paziente.

Va da sé, e questo ai farmacisti certo non può sfuggire, che fino a quando il dato [purtroppo ci rendiamo conto, s’intende, di aver evocato il dato mille volte in queste brevi notazioni, ma la sua importanza nessuno può minimamente revocarla in dubbio] resterà confinato nei silos burocratici o nelle piattaforme private, la farmacia rischierà di continuare a essere percepita come terminale logistico; diversamente, se diventerà una volta per tutte il luogo dove il dato di salute diventa [o torna a essere?] conoscenza condivisa, allora potrà davvero conquistare/riconquistare la sua centralità terapeutica e sociale.

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Nei giorni scorsi:

23.04.2026: “Amazon è da solo” di Andrea Cicconetti (Farmacista di prima linea e Presidente Federfarma Roma)

24.04.2026: “Il rapporto fiduciario diretto con il paziente”

di Teresa Cofano (Farmacista di prima linea) e Donatella Martucci (Farmacista di prima linea e Presidente Federfarma Brindisi)

27.04.2026: “Quando più indizi cominciano a fare una prova…”

di Paolo Gaoni (Farmacista di prima linea, Consigliere Ordine Farmacisti Roma e… tanto altro)

28.04.2026: “Il valore del ruolo del farmacista oltre l’automazione”

di Laura Giordani (Avvocato esperta del settore)

29.04.2026: “Nessun timore per/tra i farmacisti italiani”

di Maria Grazia Mediati (Farmacista di prima linea e V. Presidente Ordine Farmacisti Roma)

30.04.2026: “Amazon e il ruolo del software”

di Emiliano Minella (Esperto informatico del settore e sistemista)

04.05.2026: “Amazon: un nuovo modello di sanità?”

di Michela Pallonari (Esperta in marketing farmaceutico strategico)

Oggi:

05.05.2026: “Sostenibilità etica e cultura del dato: la (possibile) risposta europea al modello logistico statunitense”

di Romina Raponi (Avvocato esperta del settore)

Domani:

06.05.2026: “Note conclusive e di sintesi”

di Gustavo Bacigalupo

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