[…chi deve dimostrarne la falsità?]

 

L’anno scorso è venuta a mancare mia madre e prima di morire ha sottoscritto un testamento olografo con cui a me ha lasciava la farmacia e a mia sorella tre immobili oltre, sempre a mia sorella, una considerevole somma di denaro.
Nonostante nostra madre abbia in realtà rispettato la legittima dell’uno e dell’altra di noi due, perché come ci ha riferito un notaio nostro conoscente la quota per lei disponibile era consistente e quindi in grado di assorbire eventuali lesioni di legittima, mia sorella sostiene che il testamento sia falso e che spetta a me dimostrare il contrario.
Ha ragione? Devo attivarmi per cercare di provare l’autenticità del testamento?

 

Nell’ipotesi in cui Sua sorella decidesse di [tentar di far] disconoscere il testamento, dovrà necessariamente proporre la c.d. domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura.

Ebbene, secondo i principi generali al riguardo graverà evidentemente su Sua sorella l’onere della prova circa la non autenticità della disposizione legataria.

Vale la pena precisare, per di più, che la giurisprudenza di legittimità  è pacifica nel ritenere addirittura che  “non vi è un’inversione dell’onere della prova ove l’accertamento della falsità sia provata tramite CTU che, sia nell’ipotesi di consulenza tecnica deducente sia in quella percipiente, non è qualificabile come mezzo di prova in senso proprio, avendo la finalità di aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni necessitanti specifiche conoscenze”.

È un assunto per noi del tutto condivisibile, che evidenzia come la valutazione della relazione del CTU è rimessa in sostanza al potere discrezionale del giudice, il quale incontra peraltro il duplice limite, da un lato, del divieto di servirsene per sollevare le parti dall’onere probatorio e, dall’altro, dell’obbligo di motivare il rigetto della relativa richiesta.

(aldo montini)

 

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