[…a meno che non siano volontariamente sottoposte a registrazione e/o non accertate dal Fisco]

 

La Corte di Cassazione (Sez. Trib. Sent. 7442/2024), sconfessando la fin troppo “tenace” posizione assunta dall’Agenzia delle Entrate sull’argomento (cfr. cir. 30/E/2015), ha ritenuto che le liberalità indirette – sulle quali ci siamo già ampiamente soffermati – non sono soggette a imposta di donazione a meno che, come riportiamo nel sottotitolo:

  • non vengano sottoposte [volontariamente, s’intende] a registrazione;
  • non vengano “denunciate” nell’ambito di una procedura di accertamento fiscale.

Come abbiamo avuto occasione di illustrare ripetutamente, riportando anche esempi significativi, il ricorso alle liberalità indirette è abbastanza frequente nella prassi: si pensi – solo per citare uno degli esempi più comuni – al genitore che interviene in un atto di compravendita immobiliare [dandone conto espressamente nel rogito] sostenendo, tutto o in parte, l’onere del pagamento del prezzo dell’acquisto – poniamo, di un immobile – effettuato a nome del figlio.

L’Agenzia delle Entrate sostiene da tempo, come accennato, l’incondizionato assoggettamento a imposta di ogni forma di liberalità che non presenti gli elementi costitutivi di una donazione diretta [come tale, in particolare, formalizzata in un atto pubblico], ma che, pur non risultando talora neppure da atto scritto, determini lo stesso effetto proprio della donazione diretta, provocando pertanto, da un lato, un impoverimento del patrimonio del “donante” e al tempo stesso, dall’altro, un arricchimento di quello del “donatario”.

In questo ampio genus sono ricomprese non solo le donazioni indirette, cioè attuate appunto mediante un negozio diverso dalla donazione diretta e che però generi egualmente i medesimi effetti – comprese anche quelle redatte per iscritto, come, ad esempio, l’accollo gratuito di un debito altrui – ma anche le donazioni dirette quando tuttavia si risolvano e si esauriscano in mere attività materiali [come la consegna di una somma di denaro o il volontario mancato esercizio di un diritto a favore di qualcuno entro il termine di prescrizione] non formalizzate in un atto pubblico [quindi civilisticamente nulle, ma per il Fisco parimenti soggette a tassazione].

Torniamo però alla sentenza della Cassazione citata poco fa, per la quale – è vero – gli atti di donazione sono soggetti a registrazione entro i termini di legge (art. 55, comma 1, TUISD), ma resta ferma l’applicazione dell’imposta “anche alle liberalità indirette risultanti da atti soggetti a registrazione(art. 1, comma 4-bis).

Ora, secondo gli Ermellini, ne deriva che le donazioni effettuate informalmente, quindi non risultanti da (né enunciate in) un atto scritto, non costituiscono oggetto di tassazione [e non rilevano neppure ai fini del computo delle franchigie previste] salvo il caso in cui si proceda a effettuare una registrazione volontaria della donazione stessa.

Ma la vera questione da chiarire è se per le liberalità risultanti “da atti soggetti alla registrazione” sia configurabile un obbligo generalizzato di registrazione dell’atto in questione anche come donazione.

E qui, invitandovi a seguire attentamente [sia pur con qualche comprensibile “fatica”…] il prosieguo di quest’analisi, si coglie indubbiamente il passaggio più interessante della sentenza perché i giudici di legittimità rispondono negativamente ritenendo in concreto che anche in questo caso [quando cioè la donazione sia contenuta, pur solo per enunciazione di un accordo verbale precedente, in un atto scritto soggetto a registrazione] per il contribuente non vi sia l’obbligo, ma solo la facoltà di effettuare la registrazione (volontaria), facoltà che determinerebbe l’applicazione dell’imposta sulle donazioni nella misura e con le franchigie stabilite per legge.

Lo stesso effetto di assoggettamento all’imposta discenderebbe, inoltre, quando la sussistenza della liberalità risulti da dichiarazioni rese dall’interessato nell’ambito di procedimenti di accertamento tributario (art. 56-bis TUISD) con l’applicazione dell’aliquota massima di legge (8%) sempre sul valore della donazione al netto delle franchigie attualmente previste.

Il contribuente allora potrebbe ben decidere, per l’appunto, di registrare volontariamente la donazione, così da evitare – in caso di accertamento – di scontare la massima aliquota, come di “denunciarla” una volta incappato nelle maglie del Fisco, per sottrarsi a conseguenze ben peggiori.

Si pensi, ad esempio, ad un accertamento sintetico che contesti, a fronte di investimenti sproporzionati alla capacità reddituale dimostrabile, l’occultamento di materia imponibile e il cui carico fiscale complessivo, corredato di sanzioni ed interessi, sia molto più gravoso di quello che deriverebbe dal denunciare la donazione ricevuta, che giustificherebbe la disponibilità finanziaria che il Fisco contesta essere costituita da redditi illegittimamente sottratti a tassazione.

In conclusione, l’Agenzia delle Entrate avrebbe il potere di recuperare a tassazione queste liberalità esclusivamente al verificarsi delle due condizioni sopra precisate e cioè:

a) se “denunciate” nel contesto di un accertamento fiscale, non riguardante ovviamente l’imposta di donazione stessa, o,

b) o quando, è chiaro, l’atto sia stato registrato volontariamente.

Per i giudici nomofilattici, quindi, al di fuori dei casi appena richiamati, non c’è alcun obbligo generalizzato di sottoporre ad imposizione ogni liberalità indiretta, anche quando risultante da atto soggetto a registrazione: e questo, dunque, con buona pace della stessa Agenzia delle Entrate.

Con l’occasione, è tuttavia opportuno anche ricordare che l’art. 1, comma 4bis del d. lgs. 346/90 del TUISD prevede espressamente che “l’imposta non si applica nei casi di donazione o altre liberalità collegate a atti concernenti il trasferimento o la costituzione di diritti immobiliari ovvero il trasferimento di aziende, qualora per l’atto sia prevista l’applicazione dell’imposta di registro, in misura proporzionale o dell’imposta sul valore aggiunto”.

E allora, per tornare all’esempio riportato all’inizio [e confidando che siate riusciti a seguirci fin qui, anche se ci preme ribadire che questa è una vicenda tutt’altro che banale e men che meno infrequente meritando anzi ogni attenzione], quando dal rogito di acquisto di un immobile risulti – e, si badi, è opportuno che risulti anche per ragioni, certo non secondarie, strettamente inerenti alla successione del genitore – che quest’ultimo ha fornito al figlio la provvista per il pagamento del prezzo di cessione dell’unità immobiliare, l’imposta su questa donazione indiretta [che, beninteso, tale è] comunque non è dovuta.

(stefano civitareale – gustavo bacigalupo)

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