Merita almeno qualche cenno un’interessante decisione molto recente – la n. 16279/2024 – della Cassazione in materia di detrazione Iva.

Per i giudici di legittimità, infatti, la dichiarazione di nullità di un contratto di acquisto di beni e servizi non va ad inficiare il diritto del contribuente a detrarre l’Iva [ed è una vicenda tutt’altro che singolare per una farmacia, soprattutto se pensiamo alla frequenza con cui certi ordini di merce possono essere modificati/revocati/annullati, quindi in ultima analisi questo principio può tradursi spesso in un “beneficio” concreto per la farmacia].

E però, attenzione, è un “beneficio” – perché tale è, come abbiamo appena visto, la detraibilità dell’Iva passiva anche quando sia nullo il contratto cui l’imposta afferisca – non assoluto né incondizionato, dato che vi sono limiti di operatività.

Gli Ermellini, in particolare, hanno al riguardo precisato che, qualora l’operazione economica posta in essere venga considerata inesistente [quando, ad esempio, non vi sia una prova certa circa la sua effettuazione], oppure il suo obiettivo fosse meramente l’elusione – per chi non avesse capito, sarebbe un caso possibile di abuso del diritto, di cui abbiamo parlato più volte in questa Rubrica – o l’evasione, allora il contribuente, nell’una come nell’altra ipotesi, non acquista o perde il diritto di beneficiare della detrazione.

Con questa sentenza la Suprema Corte, come i più curiosi avranno forse già colto, si è [ulteriormente] allineata alla Corte Europea di Giustizia che, infatti, già da alcuni anni e con ripetute pronunce aveva tracciato esattamente questo orientamento, che può presentare [come sottolineato poco fa] profili di indubbia utilità in materia appunto di detrazione dell’Iva.

                                                                 (matteo lucidi)

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