[…e la c.d. clausola di stabilità]

 

Ho intenzione di pagare un master al collaboratore della farmacia così che possa elevare le sue qualifiche. Temo però, perché è quanto successo a un mio collega dello stesso comune, che dopo aver finito il master il collaboratore possa dimettersi per riposizionarsi sul mercato sfruttando le nuove competenze.
D’altronde, come anche voi avete sottolineato qualche volta, da un po’ di tempo e soprattutto in questo periodo il mercato del lavoro per quel che riguarda i farmacisti dipendenti presenta scarsità di domande di assunzione rispetto alle tante offerte di lavoro delle farmacie.
Posso quindi concordare con il collaboratore un periodo di tempo minimo che lo vincoli alla permanenza nel rapporto di lavoro con noi così che io possa quantomeno recuperare e ammortizzare, da un punto di vista organizzativo, i costi legati alla sua formazione?

Quando un datore di lavoro investe nella formazione avanzata dei propri collaboratori, proprio come nel caso di un master, può sorgere effettivamente l’esigenza per la Farmacia – come leggiamo nel quesito – di assicurarsi che il lavoratore rimanga in azienda per un periodo sufficiente a “recuperare” [anche se le virgolette sono d’obbligo…] l’investimento formativo.
Ora, in questi casi la Farmacia può utilizzare clausole di stabilità contrattuale, innestando cioè in un’intesa in forma scritta con il lavoratore uno specifico accordo nella direzione da Lei auspicata, che pertanto – proprio per questo – viene comunemente definito appunto “patto di stabilità”.
Inoltre, le clausole che prevedano una durata minima “garantita” di prosecuzione del rapporto di lavoro contemplano spesso, per il caso in cui il lavoratore si renda inadempiente, l’obbligo di quest’ultimo di corrispondere al datore di lavoro una somma a titolo di penale.
E però, queste clausole – lecite, beninteso, anche secondo la giurisprudenza – devono rispettare alcune condizioni, e cioè: (i) vincolare entrambe le parti, impedendo perciò il recesso anche del datore di lavoro durante l’intero periodo stabilito [sempre però fatte salve ipotesi di “giusta causa”]; oppure (ii) vincolare il solo lavoratore, un vincolo unilaterale che si giustifica proprio con gli investimenti formativi [naturalmente di qualche peso economico…] del datore di lavoro.
Anche la Suprema Corte, comunque, ha confermato la validità di accordi del genere in una sentenza della fine degli anni ’90, affermando che limitare la facoltà di recesso del lavoratore, ad esempio, con l’obbligo risarcitorio cui si è appena accennato, non viola in realtà nessun principio di diritto, quel che in ogni caso hanno ribadito recentemente anche alcuni giudici di merito precisando tuttavia che il fondamento deve essere necessariamente rinvenuto – nella singola fattispecie – nel sostenimento da parte del datore di lavoro di costi reali per la formazione.
In sintesi, come Lei potrà rilevare, per garantirsi la legittimità/validità di una clausola di stabilità – come quella che Lei intenderebbe formalizzare con il farmacista collaboratore – sarà opportuno disciplinare con intese dettagliate ed equilibrate i punti nevralgici, come evidentemente possono essere considerate le limitazioni apposte al diritto di recesso del lavoratore e anche, s’intende, le sanzioni economiche che vorrete contemplare espressamente.

(giorgio bacigalupo)

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