[…ancor meglio se nell’atto costitutivo/statuto]

Siamo 3 soci vincitori e abbiamo aperto una farmacia da oltre un anno e mezzo e tutti e tre lavoriamo secondo quanto previsto nello statuto che è stato approvato unitamente all’atto costitutivo di cui in pratica ha fatto parte.
Ma in realtà per l’urgenza di firmare il rogito abbiamo trascurato alcuni aspetti anche importanti e soprattutto non abbiamo parlato né dei tempi né dei modi del lavoro di ognuno di noi omettendo anche di considerare che uno di noi risiede a oltre 100 km dal luogo della farmacia.
Questo socio sostiene di avere diritto al rimborso delle spese di viaggio ma gli altri due soci sono di parere contrario e questi dissapori stanno avvelenando i rapporti e quel che è peggio mettendo in crisi la gestione della farmacia.
La proposta del socio interessato è di essere sollevato dall’obbligo di lavorare tutti i giorni anche se con il computer almeno due o tre giornate alla settimana potrebbe – dice – dare una mano da casa ai conti della farmacia.
Qual è il vs. parere?

Situazioni come questa non sono infrequenti e naturalmente sono anche più serie quando – specie nei primi due o tre anni – la farmacia di nuova istituzione non abbia ancora raggiunto un assestamento soddisfacente, tale comunque da permettere un’organizzazione che possa contemperare le diverse esigenze dei soci sia pur sempre nell’ottica dell’esercizio in comune di un’azienda commerciale.

Ecco dunque un altro esempio – simile a tanti altri più o meno di questo stesso genere che abbiamo già affrontato – di quello che può accadere quando una farmacia, particolarmente se neoistituita, debba conciliare le esigenze di lavoro e di vita di tre famiglie o, se si preferisce, di tre “titolari” [come del resto vorrebbe la tesi dell’Adunanza Plenaria del CdS del 2020 – necessariamente fatta poi propria da tutte le Regioni, Comuni e Asl – che ha voluto a ogni costo configurare, in casi come questo di più titolari coassegnatari in forma associata, altrettanti “titolari pro quota”]

Si è però già avuto occasione di ricordare come dai concorsi straordinari siano talora scaturiti scenari non facilissimi da gestire e che possono complicarsi ulteriormente quando – anche prescindendo dalle difficoltà strettamente connesse alla consistenza numerica della compagine vincitrice – entri in ballo, poniamo, una scarsa affectio societatis tra i coassegnatari che magari abbiano scelto di concorrere insieme, in qualche caso, senza… neppure conoscersi.

Comunque, rifacendoci a quanto già osservato in altre circostanze, è indubbio che la società [non importa se di persone o di capitali] è una vicenda regolata da contratto, come infatti è un contratto anche l’unico atto costitutivo/statuto da voi firmato, che peraltro è la soluzione che – specie per le società di persone – tende tuttora ad andare per la maggiore, anche se atto costitutivo e statuto possono ben essere contenuti in atti separati.

Quindi, questo unico vs. atto regola o dovrebbe regolare – anche nel vs. caso – tanto gli aspetti che configurano e caratterizzano la società [= atto costitutivo] come pure, in uno stesso contesto negoziale, il suo funzionamento interno e la struttura organizzativa [= statuto], tenendo in ogni caso presente che anche in tale eventualità dall’unico testo contrattuale sono facilmente ricavabili le disposizioni riferibili all’atto costitutivo e quelle meramente statutarie.

Le disposizioni ascrivibili all’atto costitutivo di una snc, vale la pena rammentarlo, sono quelle riguardanti, oltre all’identità dei soci, la ragione sociale, l’oggetto [che, come sapete, per una società titolare di farmacia deve essere esclusivo e attenere soltanto alla titolarità/gestione di farmacie], la sede legale ed eventualmente quella operativa, la misura e il criterio/criteri di attribuzione/ripartizione tra i soci degli utili e delle perdite, il valore dei conferimenti di ciascun socio e infine la durata della società.

Da parte sua, invece, lo statuto regola in pratica sia la vita della società – e dunque anche, ad esempio, le modalità organizzative e di svolgimento delle attività lavorative – e sia la composizione e le norme di funzionamento dei suoi organi, delimitandone allo stesso tempo le competenze.

Giova a questo proposito ricordare anche che – diversamente dalle società di capitali (srl, spa, sapa) di cui il codice civile disciplina rigidamente il funzionamento riservando poco margine all’autonomia negoziale dei soci – per le società di persone (snc e sas) il codice non detta in pratica norme imperative cosicché le disposizioni in materia sono tutte sostanzialmente derogabili  lasciando pertanto ai soci la più ampia facoltà di regolamentare [anche] i rapporti tra loro.

Per quanto vi riguarda, voi avete scelto la forma della società in nome collettivo e quindi per voi diventa decisivo quel che prevedono [o non prevedono] le norme statutarie per il problema concreto che la vs. mail pone, e sul piano generale per la disciplina di orari, turni e compensi dei soci, farmacisti e non farmacisti, che prestano attività lavorativa nella o per la società e nella o per la farmacia sociale.

Il che vale anche, e forse ancor più, per specifici compensi eventualmente previsti per lo svolgimento, ad esempio, dell’incarico di amministratore e/o di direttore responsabile che sono peraltro due figure che sotto ogni aspetto andrebbero comunque disciplinate statutariamente sempre con buona dovizia di dettagli, ma tenendo anche presente che prevedere dei compensi a favore di uno o più amministratori si tradurrebbe, secondo la discutibilissima prassi instaurata dall’Inps 15 o 20 anni fa, in una loro iscrizione di diritto nella gestione separata con conseguenze onerose sotto parecchi aspetti, quel che invece non deriverebbe dalla previsione di compensi al direttore responsabile della farmacia sociale.

È chiaro allora per quanto appena detto che voi potreste trovare almeno qualche risposta alle vs. incertezze soprattutto all’interno dell’atto costitutivo/statuto, e però – da quel che è dato comprendere – nel testo approvato a suo tempo non sembra siano state minimamente regolate le prestazioni lavorative dei soci [orari, turni, compensi] e neppure eventuali rimborsi spese a un qualsiasi titolo, ricordando però che questi sono oneri riferibili alla società come tale e quindi non sembra possano costituire neppure costi per essa deducibili così da rappresentare, per il socio residente a 100 km di distanza, ragioni di credito verso la società.

Non resterebbe in definitiva che tentare di risolvere la questione [e le tante altre che vi sono connesse] con interventi sul piano strettamente statutario e/o ricorrendo se del caso ai classici “patti parasociali”.

Ma nei fatti il problema vero è sempre il solito: qualunque modifica o integrazione contrattuale, quindi anche dei patti sociali, deve necessariamente passare per il consenso di tutti i soci, e allora quando i rapporti tra loro si deteriorano il consenso generale può profilarsi come un obiettivo complicato da raggiungere.

Indubbiamente, può anche valere la pena in situazioni estreme tentare – ricorrendo perfino a scelte di comportamento come quelle indicate nel quesito – di costringere i propri compagni di ventura a “venire a patti” e percorrere strade bonarie, anche perché le altre in realtà, specie nel breve periodo, rischiano di essere tanto onerose quanto poco produttive.

Non dovrebbe essere però lontana nel vs. caso la scadenza del triennio e questo potrà forse facilitare il raggiungimento di accordi diretti in particolare a ridurre la compagine sociale per le vie negoziali, anche perché – se non sono in gioco importi molto rilevanti – modalità per agevolare il rilievo di quote di alcuni soci da parte di altri non sembrerebbe impossibile individuarle.

D’altra parte, nei casi – ripetiamo, non infrequenti – di cattivo o pessimo funzionamento di una società formata tra vincitori in forma associata, la riduzione a tre anni del periodo minimo di durata del rapporto si è rivelata un’àncora di salvezza e via d’uscita non di poco conto, perché può permettere accordi di quel genere che, anche se non straordinariamente convenienti, potrebbero pur sempre ritenersi preferibili all’ipotesi di gettare tutto alle ortiche per l’impossibilità di prosecuzione dei rapporti sociali.

Proprio questa infatti potrebbe essere la conseguenza più o meno ravvicinata del rifiuto [abbastanza comprensibile, ci pare] di quel socio di “sopravvivere” in quelle condizioni e del mancato raggiungimento di opportuni accordi tra i soci stessi sulla distribuzione di ruoli e compiti lavorativi, anche se per la verità – questo è sempre stato il nostro fermo convincimento – la previsione di compensi adeguati, magari variabili o legati a certi risultati, dovrebbe ampiamente essere sufficiente per placare perlomeno qualche dissapore.

Diversamente finireste d’altra parte per incrociare tutti e tre le braccia avviandovi a un “suicidio di massa” cui è però è molto difficile credere: insomma, una soluzione – sofferta finché volete – la troverete anche voi.

(gustavo bacigalupo)

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