Io e la mia compagna abbiamo costituito tre anni fa un’unione civile seguendo la legge Cirinnà, anche se conviviamo stabilmente dal 2014. Sfortunatamente ci stiamo lasciando e pensiamo quindi di sciogliere l’unione. Io non ho mai lavorato e mi sono occupata più che altro della casa, perché la mia compagna guadagna abbastanza con la sua farmacia per mantenere entrambe.
A questo punto, come forse avrete capito, vorrei sapere se con questi presupposti che vi ho riassunto io posso aver diritto all’assegno di mantenimento o se le unioni civili non sono per questo aspetto equiparabili a un matrimonio.

Invece, nonostante quel che Lei sembra credere, la risposta deve essere affermativa anche se per la verità questa dovrebbe essere una vicenda ampiamente nota ai componenti le unioni civili.
L’art. 1 comma 25 della Legge Cirinnà [L. n. 76 del 2016], infatti, ha previsto, in caso di scioglimento dell’unione civile, l’applicazione dell’art. 5* e s.s. della legge 1° dicembre 1970, n. 898.


N.B. Art. 5 l. n. 898 del 1970: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi.


Quindi, il componente l’unione civile “economicamente più debole” – qualora ne ricorrano i presupposti, come sembra essere proprio il vostro caso [perché ragionevolmente una titolare di farmacia e una casalinga non possono avere entrate minimamente equiparabili…] – ha diritto di vedersi riconosciuto il versamento dell’assegno di mantenimento da parte dell’altro componente, quello “economicamente più forte”.
Naturalmente, in mancanza di accordi tra voi, dovrà essere il giudice a valutare la sussistenza dei requisiti per la disposizione dell’assegno e ovviamente per la determinazione del suo ammontare.
Proprio nell’ottica di quest’ultimo aspetto, vale la pena ricordare che la Cassazione si è pronunciata di recente affermando il principio secondo cui “la durata del rapporto, quale criterio di valutazione dei presupposti necessari per il riconoscimento del diritto all’assegno, si estende anche al periodo di convivenza di fatto che abbia preceduto la formalizzazione dell’unione, ancorché lo stesso si sia svolto in tutto o in parte in epoca anteriore all’entrata in vigore della L. n. 76 del 2016” [Cass. Civ. Sez. Unite n. 35969/2023].
Nel Suo caso, insomma, il giudice nella valutazione generale dovrà tenere conto anche dei due anni di convivenza precedenti all’entrata in vigore della Cirinnà.

(aldo montini)

 

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