L’Europa obbliga a ristrutturare le case che hanno un’APE (Attestazione Prestazione Energetica) molto bassa entro il 2030, con particolare riguardo, come vedremo, all’impianto di riscaldamento.

Nei contratti di vendita, di locazione, di comodato o altra figura contrattuale che trasferisca a un terzo il godimento dell’immobile, va sempre allegata l’APE redatta da un tecnico.

Proprio sul versante dell’APE le unità immobiliari sono catalogabili – come d’altronde è abbastanza noto – in sette categorie [o classi energetiche], che sono contrassegnate, in ordine decrescente di efficienza energetica, dalla A [categoria a sua volta suddivisa in 4 sottocategorie: sempre in ordine decrescente di efficienza abbiamo infatti A4, A3, A2 e A1] alla G, la lettera che evidentemente esprime la minore efficienza dell’immobile.

Ora, considerato che ogni classe energetica rappresenta una fascia di consumo energetico differente, per “salire” di categoria [ad es. dalla G alla E o dalla A2 alla A4] sarà ovviamente necessario diminuire l’energia che viene consumata dall’abitazione stessa.

E uno dei modi di efficientamento è proprio – ad esempio – la sostituzione della vecchia caldaia a gasolio con quella a condensazione o quella a pompa di calore e d’altronde, trascrivendo fedelmente da internet, “la caldaia a condensazione consuma combustibili fossili (gas metano, gpl o gasolio) per il riscaldamento e la produzione di acqua calda sanitaria mentre la pompa di calore sfrutta l’energia termica presente naturalmente nell’aria esterna (o nell’acqua di falda o nel terreno) per trasferire o “pompare” calore all’interno degli ambienti, utilizzando energia elettrica”.

Il Parlamento sta comunque esaminando una proposta di legge che prevede una detrazione del 60% appunto per le spese di efficientamento energetico, percentuale elevata al 100% per le prime case e per i redditi più bassi, esclusa – come al solito – qualsiasi agevolazione per le case storiche e le ville, ma anche per le case-vacanze.

Inoltre, sempre su questa scia, le abitazioni con classe F/G diventeranno dal 2030, per quanto sopra detto, invendibili se non avranno previamente modificato l’impianto di riscaldamento, ricordando tuttavia che stiamo parlando di interventi spesso molto onerosi perché le nuove apparecchiature hanno costi elevati tant’è che in generale per un palazzo la spesa può raggiungere e superare anche i 50mila euro.

Un cenno, infine, di vita personale.

Mi viene in mente, in particolare, la situazione alla fine della seconda guerra mondiale, quando non c’era né acqua né gas e per di più la luce veniva fornita soltanto dopo le 18.

E allora, mentre io e miei fratelli andavamo sulla collina di Monte Mario a raccogliere sterpi e pigne [perché c’erano i pinoli…], nostra madre – dopo aver acceso il fuoco in cucina – metteva a riscaldare un pentolone colmo di acqua che quindi finiva per emanare vapore che a sua volta riscaldava la stanza: quando perciò tornavamo da scuola [e… da Monte Mario] trovavamo la cucina calda dove mangiavano, studiavamo ma anche giocavamo.

La tristezza naturalmente avrebbe potuto coglierci al momento di andare a letto, ma nostra madre riempiva fortunatamente tre o quattro fiaschi con acqua calda che noi abbracciavamo sotto le coperte.

Ecco un sistema pratico che avrebbe forse eliminato – perlomeno nella fantasia – il fastidio della legge europea sulle case verdi.

(franco lucidi)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!