Sono socio accomandatario di una sas composta in totale da tre soci, di cui due accomandatari e un accomandante. Il problema è che quest’ultimo, a nostra insaputa, nelle ultime settimane ha effettuato diversi ordini di prodotti, che oltretutto non sono neanche realisticamente vendibili nella nostra farmacia, a nostra insaputa.
Al di là di questi ultimi ordini, comunque nel complesso molto onerosi per la società, questo socio tende a compiere altri atti di intrusione nella gestione anche se ci rendiamo conto che la farmacia è una piccola azienda in cui è difficile separare del tutto la gestione vera e propria dagli atti di semplice esecuzione delle disposizioni degli accomandatari.
La domanda però è questa: cosa può fare in questi casi l’accomandatario nei confronti dell’accomandante che vada oltre i suoi limiti?

È un tema evidentemente sempre attuale perché viene riproposto molto di frequente [in fondo non è difficile capire perché le sas titolari di farmacia siano parecchie…] e perciò vale la pena tornarci ancora.

Secondo il codice civile, dunque, il ruolo dell’accomandatario è ben distinto da quello dell’accomandante, perché soltanto il primo – che solo può occuparsi della gestione aziendale – ha la responsabilità illimitata e solidale per le obbligazioni sociali [una responsabilità peraltro sussidiaria, cioè azionabile dal creditore solo dopo l’inutile preventiva escussione del patrimonio sociale, ed è il c.d. beneficium excussionis*], mentre l’accomandante, che non può in principio ingerirsi nella conduzione aziendale, risponde per questo solo nei limiti della quota da lui conferita.


*N.B. – Qui la giurisprudenza non sembra tuttora “granitica” né in un senso né nell’altro, perché un orientamento tende a ritenere preclusiva dell’aggressione del socio illimitatamente responsabile la mera infruttuosità dell’azione esecutiva nei confronti della società, mentre l’altro pretende addirittura che il creditore fornisca la prova della certa infruttuosità dell’esecuzione, e quindi della certa insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare il credito.


Questo comunque è il dettato dell’art. 2320 del cod.civ., che vale la pena riprodurre integralmente:

  1. I soci accomandanti non possono compiere atti di amministrazione, ne’ trattare o concludere affari in nome della societa’, se non in forza di procura speciale per singoli affari. Il socio accomandante che contravviene a tale divieto assume responsabilita’ illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali e puo’ essere escluso a norma dell’art. 2286.
  2. I soci accomandanti possono tuttavia prestare la loro opera sotto la direzione degli amministratori e, se l’atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni e compiere atti di ispezione e di sorveglianza.
  3. In ogni caso essi hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite, e di controllarne l’esattezza, consultando i libri e gli altri documenti della societa’.

Quindi, come leggiamo, avendo il vs. accomandante agìto “a vostra insaputa”, perciò senza deleghe o procure – né speciali né, men che meno, generali – di almeno uno dei due soci accomandatari [che tuttavia avrebbero avuto in ogni caso un ambito di operatività estremamente circoscritto, perché limitato a singoli affari], è virtualmente incappato nelle maglie del disposto di cui al comma 1, in particolare assumendo una “responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali”, rischiando perdipiù di “essere escluso a norma dell’art. 2286”, posto pure che egli possa avere interesse a difendere il ruolo e/o l’apporto conferito.

Ed è proprio l’esclusione la misura – un provvedimento-limite, s’intende – che la società potrebbe oggi adottare a suo carico, con una decisione assunta dalla maggioranza dei soci calcolata per teste e non per quote, anche se in questo caso l’inevitabile intesa tra i due accomandatari sarebbe ovviamente sufficiente.

Non è difficile cogliere la ratio di queste regole: la posizione del socio accomandante [come d’altronde abbiamo sottolineato ripetutamente altre volte]  è equiparabile sotto parecchi profili a quella di un mero “socio di capitali” e inoltre egli potrà anche prestare – nel quadro, se del caso, di un rapporto di lavoro subordinato con la società – la propria attività lavorativa a favore della società stessa e/o della farmacia sociale, come potrà anche [ma soltanto se lo statuto lo prevede] dare “autorizzazioni e pareri per determinate operazioni” oltreché “compiere atti di ispezione e di sorveglianza”.

Ben diversamente, se non vuole vedersi “convertito” di fatto in un socio accomandatario – perciò assumere, tra l’altro, una responsabilita’ illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali – egli non potrà arbitrariamente compiere autentici atti di amministrazione o di gestione, anche se questo [ce ne rendiamo ben conto] è un limite che in una farmacia, che  in realtà è generalmente una piccola azienda di vendita al dettaglio, non è certo infrequente superare.

Come accennato, lo statuto – ma anche la stessa condotta dei soci accomandatari – possono, è vero, concretamente ampliare quel poco che le disposizioni civilistiche permettono sulla carta all’accomandante e quindi, oltre a deleghe e procure varie, egli può essere ammesso perfino a partecipare alla formazione della volontà sociale, e però le scelte amministrative e gestionali finali sono e restano ineludibilmente [pena le conseguenze di cui si è detto] prerogativa esclusiva dei soci accomandatari.

Abbiamo parlato un attimo fa di conversione di fatto dell’accomandante “invadente” in socio accomandatario, perché di diritto la sas resta sempre una sas e l’accomandante resta sempre un accomandante, perciò anche nel caso di una sua ingerenza negli affari sociali e pur assumendo in questa evenienza, lo ripetiamo ancora una volta, una “responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali”.

Infine, vale la pena precisare che gli atti posti in essere dal socio accomandante in violazione del divieto di ingerenza – naturalmente senza deleghe o procure di sorta, nel vs. caso, di uno e/o l’altro dei due accomandatari – sono parificati agli atti compiuti dal rappresententante senza potere e come tali inefficaci nei confronti della società, cosicché egli sarà tenuto a risarcire i danni eventualmente subiti dalla società e/o dal terzo contraente che abbia confidato nella validità del contratto concluso con la società in persona dell’accomandante.

(gustavo bacigalupo)

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