[…se non vuole incorrere nei fulmini della Cassazione]

Sono socio di una srl titolare di due farmacie in due comuni diversi, ma la mia è una quota di minoranza e questo mi sta destabilizzando anche psicologicamente perché gli altri soci, che sono due e sono cugini, tendono sempre più ad approfittare della loro maggioranza per arrivare all’eliminazione della clausola di prelazione che c’è attualmente nello statuto.
Come certamente comprenderete, in questo modo i due cugini potrebbero liberamente trasferire la quota dall’uno all’altro al prezzo che vogliono non potendo io frappormi in nessun modo e costringendomi anzi a dover fare domani i conti con un solo socio ma ovviamente maggioritario.
Io non ho intenzione di consentire loro questa modifica e vorrei arrendermi soltanto a una sentenza del giudice, o perlomeno indurli a una scissione della società e assegnare una delle due farmacie, quella di dimensioni minori, a una srl che potrei assumere io come socio unico.
Ho qualche possibilità?

Forse Lei potrebbe nutrire più di una speranza di realizzare almeno in parte la Sua idea, perché sembrerebbe trattarsi – nel caso in cui gli altri due soci passassero alle “vie di fatto” ponendo la modifica statutaria all’ordine del giorno della prossima assemblea – di un’ipotesi di deliberazione invalida.
E allora, il nocciolo della questione è se e quando l’adozione di una delibera, pur formalmente in linea con le maggioranze previste dallo statuto, possa ritenersi illegittima perché non ispirata precipuamente dall’interesse della società.
La Cassazione ha infatti avuto agio – proprio su questa specifica vicenda – di affermare che l’”abuso della regola di maggioranza” costituisce causa di annullamento delle delibere assembleari quando queste risultino – particolarmente – l’espressione di un interesse personale dei soci di maggioranza non equiordinato rispetto a quello sociale o, peggio ancora, in contrasto con esso.
È un principio – ha precisato ulteriormente la Suprema Corte – che trova fondamento nell’art. 2479-ter del codice civile, ma nella realtà, giova precisarlo, anche in una giurisprudenza [francamente da ritenere ormai consolidata] che ha chiarito, ancora a sostegno del principio, come la legittimità della delibera debba essere valutata anche alla luce della buona fede e della correttezza tra i soci.
Se quindi pensiamo – come del resto sarebbe agevole pensare – che due dei tre soci facciano leva in sede assembleare proprio sulla maggioranza da loro rappresentata per introdurre nello statuto sociale una modifica che non può in alcun modo apparire come suggerita dagli interessi della società [essendo per quest’ultima indifferente che una quota del capitale possa essere ceduta da un socio a un qualsiasi terzo senza che gli altri soci possano esercitare la prelazione] diventa facile coglierne la fine sostanza di decisione meramente ispirata da interessi personali di quei soci.
Ecco dunque rafforzata – anche dal ns. supremo giudice di legittimità – la tutela dei soci di minoranza e ribadita la regola che l’abuso di maggioranza non può trovare spazio nel nostro ordinamento giuridico e che le decisioni assembleari devono sempre riflettere un equilibrio tra gli interessi coinvolti, anche nel rispetto del già citato principio di buona fede e correttezza che deve governare anche le relazioni societarie.

(aldo montini)

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