Mio marito e uno dei due nostri figli hanno partecipato al concorso straordinario ed è stata loro assegnata una sede 4 anni fa e ora mio marito vuole donargli il suo 50% della snc titolare di farmacia. Dato che abbiamo un altro figlio non farmacista – che non ha intenzioni di entrare in società con il fratello e che resterà completamente escluso dalla donazione – posso nominarlo mio unico erede, visto che il fratello ha ottenuto in pratica la farmacia dal padre?

Temiamo che quello che Lei sembra avere in testa sia un rimedio… peggiore del male.
Ognuno di noi, infatti, ha la “sua” successione che dunque non può essere minimamente confusa o, men che meno, sovrapposta alla successione di un altro, chiunque egli sia, fosse pure il coniuge.
Il che vuol dire, ad esempio, che le quote di legittima che spettano ai due figli di Tizio sull’asse ereditario di quest’ultimo [che, come abbiamo già osservato altre volte, si calcola – come tutti gli assi ereditari – sommando il valore dei beni effettivamente lasciati, il c.d. relictum, con quello, alla data del decesso, dei beni eventualmente donati in vita con liberalità dirette o indirette, che è il c.d. donatum] non possono essere determinate conteggiando, in una sia pur infima parte, anche i beni inclusi [in qualunque tempo] nell’asse ereditario di Caia, la moglie di Tizio.
Quindi, ogni figlio dovrà ricevere la propria quota di riserva tanto dalla successione di Tizio che da quella di Caia.
Allora, per esemplificare e scendere anche nella vicenda descritta ma allo stesso tempo completandone l’analisi dal punto di vista giuridico, teniamo conto – quanto alla legittima spettante in linea generale ai due figli del de cuius, in presenza del coniuge superstite [che è il Vs caso] – che un quarto dell’asse ereditario spetta a quest’ultimo, due quarti [cioè la complessiva metà dell’intero] si divide in parti uguali tra i figli, perciò nella fattispecie in ragione di un quarto per ciascuno, mentre il quarto quarto costituisce la c.d. quota disponibile.
Senonché, in primo luogo, qui è ipotizzabile al più una donazione avente per oggetto una quota sociale pari soltanto alla metà dell’intero capitale [dato che l’altra metà è appartenuta fin dall’origine al figlio co-vincitore della farmacia in forma associata con il padre], e quindi non è vero, come Lei dice, “che il fratello ha ottenuto in pratica la farmacia dal padre”.
Chiarito questo, sarebbe necessario calcolare il “peso economico” della metà del capitale della snc e quindi determinare – nell’ipotesi in cui questo “peso” ecceda la disponibile del padre e anche il quarto del figlio, così da incidere e ledere la quota di legittima dell’altro figlio [oltre che la Sua…] – il valore di tale “lesione” per poi configurare ipotesi di sistemazione dei rapporti tra i due fratelli ma utilizzando i soli beni inclusi nell’asse paterno.
Non ci sarebbe quindi nessuna possibilità che questa “lesione” possa essere compensata con una “lesione” di pari valore all’interno della Sua successione e a carico del fratello donatario della quota sociale da parte del padre.
Naturalmente potremmo produrre numerosi altri esempi, ma questa breve disamina ci sembra possa essere sufficiente a rendere chiaro il concetto della perfetta “incomunicabilità” tra due assi ereditari.

(aldo montini – cesare pizza)

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