Appare utile trarre spunto da una recente pronuncia della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna di un medico piemontese, convenzionato con il SSN, per aver prescritto un farmaco a base di testosterone a un paziente sconosciuto con due ricette bianche poi regolarmente evase in una farmacia di Verbania.

Il medico era stato condannato per il reato di falsità ideologica in certificati commesso da persone esercenti un servizio di pubblica necessità, di cui all’art. 481 del codice penale, con pena determinata nel pagamento di una multa di 500 euro.

Il medico aveva opposto ricorso alla sentenza, sostenendo che – trattandosi di ricette “bianche”, quindi non riferibili al SSN – non potevano costituire certificati, bensì solo scritture private aventi natura autorizzativa, posto che non contengono alcuna attestazione di fatti di cui l’atto stesso è destinato a provare la verità, trattandosi di ricette su carta bianca in cui si prescrive un farmaco senza dare atto di uno stato patologico, quindi prive di valenza certificativa dal contenuto meramente autorizzatorio, con cui il medico rimuove l’ostacolo che la legge frappone fra il cittadino e il farmacista al momento dell’acquisto di un farmaco di cui è, appunto, consentita dalla legge la vendita solo se l’utente si munisca di apposita autorizzazione.

La Suprema Corte ha, però, disatteso le argomentazioni difensive perché – anche se redatte sul ricettario “bianco” personale del medico, perciò nel suo ruolo di libero professionista e non di pubblico ufficiale – le ricette bianche sono comunque di natura certificativa, in quanto attestano il diritto dell’interessato all’erogazione del medicinale e presuppongono l’accertamento da parte del medico della sussistenza di una condizione patologica che giustifichi la somministrazione del prodotto anche a prescindere dall’esplicitazione, sulla ricetta, della diagnosi correlata alla prescrizione.

La Cassazione osserva, alla luce peraltro di una serie di pronunce precedenti, che la prescrizione di un medicinale postula in linea generale che il medico abbia visitato il paziente e abbia riscontrato l’esistenza di una patologia o di un disturbo per la cui cura è necessario il farmaco prescritto nella ricetta, senza dunque alcuna possibilità che il medico rilasci ricette “al buio”.

Sarebbe tuttavia eccessivo dilatare la portata della norma dando per implicito che ogni prescrizione farmacologica corrisponda necessariamente a una visita del sanitario, automatismo che non può infatti essere individuato soprattutto nei casi – come quello in esame – di assenza nel certificato di una anamnesi e di una diagnosi, che mancano anche sotto l’aspetto grafico.

Come detto, infatti, quel che rileva è la funzione certificativa del sanitario, nel senso indicato, non anche come il sanitario stesso sia pervenuto a porre in essere la certificazione medesima, se cioè attraverso una visita del paziente, un colloquio visivo con lui o altro, specie in considerazione della variegata tipologia di relazioni professionali che possono sussistere tra un medico e i suoi pazienti, nonché in considerazione della diversissima tipologia di farmaci prescrivibili.

Occorre, pertanto, ai fini di inquadrare correttamente i profili rilevanti nel caso di specie, ricordare la differenza tra le varie tipologie di ricette, per quanto di interesse, fermo restando che entrambe condividono la medesima funzione accertativa.

In particolare, si legge ancora nella sentenza della Corte, rileva la differenza tra la ricetta redatta su ricettario regionale – che permette l’erogazione di farmaci e prestazioni a carico del Servizio sanitario regionale – e la c.d. ricetta bianca del ricettario personale del medico, che permette comunque l’erogazione delle prestazioni e dei farmaci, a completo carico del cittadino.

La prima, la c.d. ricetta rossa, può essere compilata solo dai medici dipendenti di strutture pubbliche o convenzionate con il SSN e viene utilizzata per la prescrizione di una terapia farmacologica, la prescrizione di un esame diagnostico o una visita specialistica a carico del servizio pubblico.

I medici dipendenti di strutture pubbliche o convenzionate con il SSN utilizzano questo ricettario solo nell’ambito dell’esercizio della loro attività di medici del servizio stesso; se un medico svolge anche attività privata, in quel contesto egli non è più un “medico pubblico”, bensì un medico privato e, quindi, non può prescrivere farmaci, viste o esami a carico del SSN, ma deve utilizzare esclusivamente la c.d. ricetta bianca, così come il medico ospedaliero che svolge anche attività libero professionale in intramoenia, ambito nel quale non può usare il ricettario regionale.

La ricetta bianca, invece, è quella che il medico compila su carta bianca, sulla quale devono essere, però, riportati il nome e cognome del medico, la data, il luogo e la sua firma autografa; in questo tipo di ricetta non sono perciò necessari né il nome dell’assistito né l’indicazione dell’anamnesi, con la specificazione che le prestazioni o i farmaci saranno sempre a carico del cittadino assistito.

Utile ricordare che oggi, favoriti anche dall’emergenza sanitaria, la ricetta rossa è sempre più sostituita da quella elettronica che ha le stesse caratteristiche del formato cartaceo [peraltro ancora necessario per alcune specifiche tipologie di prescrizioni come ossigeno, farmaci stupefacenti, sostanze psicotrope, e altro] in termini di capacità di prescrizione da parte del medico e di validità temporale, con il vantaggio che, al contrario della ricetta cartacea, quella elettronica permette di ritirare farmaci in qualunque regione, anche diversa dalla propria, senza pagare il prezzo del farmaco, ma solo il ticket della propria regione di residenza e l’eventuale differenza rispetto al prezzo di riferimento del generico a più basso costo.

Aspetti distintivi tra le due forme di prescrizione restano quelli legati alle modalità di compilazione perché solo sulle ricette rosse devono essere indicati il nome e il cognome dell’assistito, il suo codice fiscale, il codice dell’Azienda sanitaria di riferimento, i possibili codici e/o motivi di esenzione nonché l’eventuale nota Aifa pertinente.

(federico mongiello)

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