La Cassazione è tornata di recente su un tema da noi peraltro già affrontato più volte, quello cioè della difformità dei pagamenti operati dai clienti con POS e/o carte di credito rispetto a quanto registrato dalla farmacia tra i corrispettivi.

L’eventuale discordanza tra i due importi, infatti, costituisce una presunzione di evasione, come tale sufficiente a legittimare l’accertamento, salva naturalmente la possibilità per la farmacia incappata nel controllo di dimostrare il contrario ed è chiaro che nell’era telematica degli RT –  in cui il Fisco riesce ormai ad acquisire questi dati in tempi rapidissimi – l’attenzione da dedicare al problema deve essere fatalmente maggiore.

In pratica, non soltanto il totale riscosso in un determinato periodo con moneta elettronica (bancomat, carte di credito, ecc.) va sempre evidentemente “coperto” dal totale dei corrispettivi trasmessi all’Agenzia delle Entrate per lo stesso periodo; ma bisogna anche evitare di emettere scontrini [oggi documenti commerciali-(DC)] che non corrispondano esattamente nel loro ammontare all’importo della contestuale ricevuta del POS.

Se quindi, ad esempio, il cliente ha deciso di pagare per sua comodità parte in contanti e parte con carta di credito uno stesso acquisto, anche in questo caso la non perfetta “coincidenza” tra POS e DC potrebbe dare adito a sospetti di evasione, pur quando l’importo trasmesso all’AE sia superiore a quello della transazione in moneta elettronica.

È sempre bene, quindi, in casi del genere, emettere due distinti documenti contabili, uno per il POS ed uno per il contante; una complicazione in più – beninteso – ma che potrebbe evitarci un domani qualche fastidio in caso di verifiche.

(stefano civitareale)

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