Il Decreto Rilancio reca anche importanti modifiche a un’imposta poco nota ai più, cioè all’IVAFE [acronimo di “Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero”].

Oltre a dare conto delle novità, tenteremo di illustrarvi di cosa si tratta evitando eccessivi tecnicismi.

  • Cos’è l’IVAFE e a chi si applica?

Le persone fisiche residenti in Italia che detengono all’estero attività finanziarie sono tenute a versare un’imposta sul loro valore, l’Ivafe appunto: l’imposta riguarda esemplificativamente le partecipazioni al capitale o al patrimonio, le obbligazioni italiane o estere, i contratti di natura finanziaria, i contratti c.d. derivati, i metalli preziosi in stato grezzo o monetato, e ogni altra attività – sempre posseduta all’estero, evidentemente – da cui possono derivare redditi.

Dal 1° gennaio 2020 sono soggetti passivi di tale imposta oltre le persone fisiche anche gli enti non commerciali e le società semplici, residenti in Italia.

  • Come si calcola l’imposta?

Si calcola sul valore dei prodotti finanziari, è dovuta proporzionalmente alla quota di possesso e al periodo di detenzione [quindi rapportato in giorni], ed è pari al 2 per mille del valore dei prodotti finanziari.

Per i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti all’estero l’imposta è stabilita nella misura fissa di 34,20 euro per ciascun conto corrente o libretto di risparmio detenuti all’estero.

L’imposta non è dovuta quando il valore medio di giacenza annuo risultante dagli estratti conto e dai libretti non è superiore a 5.000 euro.

A tal fine occorre quindi tener conto, attenzione, di tutti i conti o libretti detenuti all’estero dal contribuente presso lo stesso intermediario, a nulla rilevando il periodo di detenzione nel corso dell’anno.

Se il contribuente è titolare di rapporti cointestati, si tiene conto – al fine della determinazione del detto limite di 5.000 euro – degli importi a lui riferibili pro quota.

Laddove poi il conto corrente ha una giacenza media annuale negativa, esso non concorre a formare il valore medio di giacenza.

Sembra un’imposta semplice ma il più delle volte riserva o può riservare qualche complicazione, come vedremo subito con un esempio adeguato a dipanare qualche dubbio.

Il valore dei prodotti finanziari è costituito dal valore di mercato rilevato al termine di ciascun anno solare nel luogo in cui le attività sono detenute, anche utilizzando la documentazione dell’intermediario estero [di riferimento per le singole attività] o dell’impresa di assicurazione estera.

Se al 31 dicembre le attività non sono più possedute, si fa riferimento al valore di mercato rilevato al termine del periodo di possesso.

Per le attività finanziarie che hanno una quotazione nei mercati regolamentati deve essere utilizzato questo valore e per le azioni, obbligazioni e altri titoli o strumenti finanziari non negoziati in mercati regolamentati [e, comunque, nei casi in cui le attività finanziarie quotate siano state escluse dalla negoziazione], occorre far riferimento al valore nominale o, in mancanza, al valore di rimborso, anche se rideterminato ufficialmente.

  • Quando si paga?

Il pagamento dell’IVAFE segue le stesse regole previste per l’Irpef, comprese quelle riguardanti le modalità di versamento dell’imposta in acconto e a saldo [quindi di regola al 30 giugno e al 30 novembre, salve proroghe].

Quanto agli obblighi di dichiarazione, l’IVAFE va indicata nella dichiarazione annuale dei redditi.

  • Cosa prevede l’art. 134 del dl Rilancio?

L’art. 134 del provvedimento, infine, dispone che l’imposta prevista per i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti all’estero dai soggetti diversi dalle persone fisiche è stabilita in misura fissa pari a 100 euro, con un massimo di euro 14.000.

(marco righini)