È in corso un dibattito [non meramente accademico…], che dovrebbe alfine essere ben presto risolto dall’Agenzia delle Entrate interpellata sull’argomento da Federfarma, sul trattamento fiscale ai fini Iva delle cessioni di mascherine [e non solo], per le quali con il Decreto Rilancio è stata disposta l’“esenzione” (in accezione gergale) dall’imposta fino al 31/12/2020, e quindi solo in via transitoria perché dal 1° gennaio 2021 l’aliquota da applicare sarà quella del 5%.

Invero, sembrerebbe che la norma, l’ormai noto art. 124 del D.L. 34/2020, non colloca queste cessioni in un vero e proprio regime di esenzione da Iva, perché – diversamente da quanto previsto dalla normativa fiscale vigente caratterizzata dalla indetraibilità a monte dell’iva sugli acquisti – consente espressamente la detrazione dell’imposta versata al fornitore al momento dell’acquisto.

Proprio questa circostanza ha convinto più di qualcuno [e anche Federfarma] a optare per la previsione in questo caso di una “aliquota zero” anche considerato che la relazione governativa al citato art. 124 del Decreto Rilancio prevede testualmente che con tale disposizione “(v)iene, in sostanza, riconosciuta l’applicazione di un’aliquota IVA pari a zero, in conformità a quanto comunicato dalla Commissione europea agli Stati membri con nota del 26 marzo 2020, in merito alle misure che possono essere immediatamente adottate per mitigare l’impatto dell’epidemia”.

Del resto, operazioni “ad aliquota zero” sono certamente contemplate nell’ordinamento domestico: basti pensare alle cessioni di rottami di cui all’art. 74, comma 8, DPR 633/72 [prima della riforma operata dall’art. 35, comma 1, lett. d) del D.L. 30/09/2003 n. 269], per le quali veniva mantenuto per l’appunto il diritto alla detrazione ex art. 19, comma 3, nel testo previgente la riforma; o anche alle cessioni di oro da investimento di cui all’art. 10 n. 11 DPR 633/72 per cui il diritto alla detrazione è mantenuto ex art. 19, comma 3, lett. d) nel testo vigente.

Seguendo dunque questa tesi dell’“aliquota zero”, che pare anche a noi meritevole di essere seguita [ma non sono tutti di questo avviso…], non dovrebbe emergere alcun danno per le farmacie che adottano il metodo della ventilazione, perché dell’“aliquota zero” [applicata dai fornitori] dovrà tenersi conto anche nella determinazione dell’aliquota media – che inevitabilmente si riduce proporzionalmente – da applicare sui corrispettivi imponibili di un determinato periodo.

E se questa tesi è fondata non sorge evidentemente alcuna necessità di adibire un tasto del registratore di cassa per tali operazioni, ferme le difficoltà operative per l’emissione di fatture elettroniche ad “aliquota zero” a soggetti diversi dalle persone fisiche.

Saranno comunque le richieste precisazioni dell’Agenzia delle Entrate a risolvere verosimilmente questa pur circoscritta problematica [esenzione da Iva o aliquota zero?] e quindi il nodo dovrebbe essere sciolto quanto prima.

Ed è possibile che vengano presto chiariti ufficialmente anche gli esatti confini della categoria – anch’essa ad aliquota zero [o esente da iva] – indicata nel comma 1 dell’art. 124 come “detergenti disinfettanti per mani”: la questione, cioè, è se vi rientrano anche i prodotti tout court detergenti oppure, come sembrerebbe forse più ortodosso, soltanto quelli che siano in ogni caso anche [ma soprattutto] disinfettanti, e come tali registrati quali presidi medico-chirurgici. Un problema pratico non di pochissimo conto.

(stefano lucidi)

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