Io e mia moglie abbiamo intenzione di costituire una società, che sarà una sas, in cui io conferirò la farmacia e mia moglie del denaro. Nel discutere sui ruoli che rivestiremo abbiamo momentaneamente deciso che io sarò socio accomandatario e direttore della farmacia, mentre mia moglie sarà socio accomandante; abbiamo anche considerato l’ipotesi di inquadrare lei come lavoratrice dipendente. È possibile farlo o potrebbero sorgere problemi? E in questo caso possiamo prevedere compensi per entrambi?

Sua moglie può sicuramente assumere la veste di dipendente della sas, dato che l’accomandante è l’unica figura di socio che può essere inquadrato in un rapporto di lavoro subordinato con una società di persone [quel che infatti non è consentito con riguardo all’accomandatario e/o a un qualunque socio di snc].
Non potendo invero – per disposizione inderogabile del codice civile – compiere singoli atti di amministrazione, e men che meno evidentemente assumere il ruolo o la veste di amministratore, le caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato sono tutte almeno in principio configurabili anche nelle prestazioni svolte da un socio accomandante, ovviamente sotto la direzione dell’accomandatario.
Quanto ai compensi per la vostra attività lavorativa, mentre quello di Sua moglie figurerebbe per l’appunto come retribuzione di prestazioni di lavoro subordinato [senza necessità che lo contempli espressamente lo statuto, che potrà quindi limitarsi a prevedere semplicemente l’instaurazione di tale rapporto], quello a Suo favore sarà opportuno non inquadrarlo come compenso o indennità per l’incarico di amministratore o di direttore responsabile, ma piuttosto indicarlo nello statuto come mero compenso dell’attività di farmacista “al banco”.
Se fosse un compenso di amministratore, infatti, per una sciagurata presa di posizione dell’INPS di parecchi anni fa dovrebbe essere assoggettato alla contribuzione prevista dalla Gestione Separata INPS; se si trattasse invece di un compenso del direttore responsabile, anche se dal punto di vista contributivo basterebbe quanto versato annualmente all’ENPAF, resterebbero pur sempre le formalità di un rapporto assimilato al lavoro dipendente, formalità invece non necessaria nella terza ipotesi, quella cioè di un compenso del “socio che lavora”.
Come tale, cioè, il compenso sarebbe sottratto a qualsiasi formalità, oltre che evidentemente alle ritenute d’imposta e alle contribuzioni perché anche qui sarebbe sufficiente – essendo da questo punto di vista “omnicomprensivo” – il contributo annuale versato all’ENPAF.

(matteo lucidi)

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