Abbiamo costituito una snc per l’acquisto di una farmacia non aderendo alla proposta del venditore di costituire previamente una società per poi effettuare una cessione delle quote, anche se questa soluzione ha comportato un leggero rialzo del prezzo.
Si tratta di una farmacia di dimensioni importanti, con parecchio personale, una situazione patrimoniale non particolarmente preoccupante, ma la sussistenza di certi debiti può far pensare che qualche fornitore possa agire nei confronti della snc.
Vorremmo avere, se possibile, una visione generale delle nostre responsabilità

Possiamo richiamare quanto già osservato sul tema, perché il quadro normativo è rimasto sostanzialmente invariato.

Sia il trasferimento a titolo oneroso che gratuito di un’azienda individuale, come anche il suo conferimento in società [l’ipotesi che originariamente vi aveva proposto il venditore…], determina, ove il contratto non disponga diversamente e dunque sono fatte salve eventuali pattuizioni contrarie tra le parti:
– la cessione dei crediti aziendali all’acquirente;
– la sua successione nei contratti stipulati per l’esercizio dell’impresa;
– e, a carico del venditore, il divieto di concorrenza.
Ma determina anche – qui però inderogabilmente per le parti, perciò di diritto – l’accollo da parte dell’acquirente dei debiti risultanti dai libri contabili obbligatori.

  •   Crediti e contratti aziendali

Ora, i primi tre ordini di conseguenze, come si è visto, sono derogabili tant’è  che nelle cessioni a titolo oneroso nella gran parte dei casi le parti convengono di escludere – ma, attenzione, devono farlo espressamente – sia una successione generalizzata nei contratti, che per lo più  viene infatti circoscritta alle utenze ed all’eventuale contratto di locazione, e sia anche la cessione all’acquirente dei crediti aziendali [e però nelle donazioni e nei conferimenti in società le cose vanno diversamente dato che, per ragioni soprattutto di opportunità fiscale, il donatario e la società conferitaria subentrano in tutti i crediti e in tutti i contratti].

  •   Divieto di concorrenza

Quanto al divieto di concorrenza, fino a qualche tempo fa [perché recentemente, specie nelle acquisizioni operate dal “capitale”, anche questa vicenda comincia a essere disciplinata con disposizioni pattizie di dettaglio] le parti hanno trascurato tale aspetto, senza però forse rendersi conto che l’assenza di una qualunque disposizione contrattuale a questo riguardo dà via libera all’art. 2557 del cod.civ.

Questa norma civilistica impone nel comma 1 all’alienante di “astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta”, precisando nel comma 2 che “il patto di astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma precedente è valido, purché non impedisca ogni attività professionale dell’alienante”.

La ratio della disposizione è chiara: si vuole assicurare all’acquirente – ma senza incidere eccessivamente, come abbiamo appena letto, nella libertà professionale del cedente – il tranquillo godimento dell’azienda, che potrebbe evidentemente rivelarsi meno tranquillo se al cedente fosse consentito di riprendersi di fatto (tutta o in parte) l’“utenza” che egli ha “alienato”.

Nella pratica, perciò, quando questo profilo non è stato contrattualmente regolato, bisogna verificare caso per caso (ed è un’indagine che può spettare infine al giudice di merito) se l’attività commerciale che l’alienante abbia in ipotesi riavviato, pur magari identica a quella ceduta, si presenti – rispetto al luogo d’esercizio e/o alle “altre circostanze” – idonea a porsi nel concreto in termini veramente concorrenziali rispetto all’altra.

Anche queste ultime considerazioni, comunque, fanno ritenere difficilmente configurabile un divieto di concorrenza a carico di chi cede una farmacia; potremmo semmai immaginarlo con riguardo all’esercizio relativo ad una sede confinante con quella inerente all’azienda ceduta, ma anche in un’evenienza del genere è lecito pensare che proprio la ripartizione del territorio in sedi farmaceutiche [più o meno rigorosamente configurate nella pianta organica], il contingentamento degli esercizi che vi è connesso e l’obbligo di rispettare una distanza minima [che sono i tre capisaldi del sistema faticosamente sopravvissuti alle manipolazioni legislative degli ultimi anni] escludano qualsiasi idoneità della nuova farmacia, ipoteticamente attivata dall’alienante pur in una sede contermine, a “sviare la clientela” di quella ceduta.

La questione è comunque elegante e – anche per la sua crescente rilevanza a seguito dell’infittimento sul territorio del numero delle farmacie e del subentro nella “proprietà” [che alla lunga potrà forse rivelarsi abbastanza cospicuo…] di nuove figure di “titolari” – può valere la pena prima o poi di approfondirla.

  •   L’accollo dei debiti aziendali

Siamo infine ai debiti aziendali, il cui accollo da parte del cessionario, anche quando sia contrattualmente escluso (come spesso è), consegue – lo si è già accennato – di diritto alla cessione, per di più senza liberazione del cedente “se non risulta che i creditori vi hanno consentito” (art. 2560 cod.civ.).

I creditori, se non hanno prestato il consenso liberando così il venditore, possono dunque rivolgersi indifferentemente a quest’ultimo come all’acquirente [essendo in regime di solidarietà tra loro] salvo il diritto dell’acquirente, quando naturalmente sia lui a pagare, di rivalersi nei confronti dell’altro.

Proprio per tale esposizione dell’acquirente alle pretese dei creditori aziendali, si tende a prevedere nel contratto  – quando, s’intende, l’ammontare  dei  debiti residui non sia stato oggetto di accollo liberatorio per il cedente (e, per questo, non sia stato pertanto decurtato dal prezzo di cessione) – che  il  pagamento di una parte del corrispettivo avvenga in un tempo successivo al trasferimento, su cui l’acquirente possa quindi esercitare le sue ragioni di rivalsa, oppure sia effettuato direttamente in mani dei creditori aziendali più o meno contestualmente al rogito di cessione.

Ma, come si diceva, l’accollo opera soltanto per i debiti risultanti  “dai libri contabili  obbligatori”; è una norma evidentemente a tutela della buona fede dell’acquirente, che  però, nel testo oggi vigente dell’art. 2112 del cod.civ., cede dinanzi all’esigenza di protezione dei lavoratori dipendenti dell’impresa.

Costoro, infatti,   a seguito delle varie  successive  riscritture di quella disposizione del codice (da ultimo modificata e integrata dal d.lgs. 276/03), non soltanto hanno il diritto di “continuare” il rapporto di lavoro con il nuovo titolare dell’impresa [questi, se vorrà, potrà bensì “esercitare il recesso” nei confronti dei lavoratori “ceduti”, ma potrà farlo soltanto invocando secondo le regole ordinarie, comprese quelle dettate con i due jobs act, un giustificato motivo o una giusta causa e senza in ogni caso poter dedurre a tal fine il trasferimento d’azienda], ma vedono solidalmente obbligati nei loro confronti il venditore e l’acquirente  “per tutti i crediti”   maturati “al tempo del trasferimento”, indipendentemente perciò sia dalle risultanze del libro unico del lavoro, che anche – si badi –  dalla loro conoscenza o  conoscibilità da parte del cessionario.

Il che, tuttavia, non vale ovviamente per i rapporti di lavoro cessati o esauriti in data anteriore alla vendita, per i quali le eventuali ragioni creditorie dei lavoratori vanno invece trattate esattamente come tutti gli altri debiti aziendali, e quindi anch’esse vanno considerate oggetto di accollo obbligatorio da parte dell’acquirente soltanto alla luce e nei limiti delle evidenze contabili dell’impresa.

  •   In particolare: i debiti fiscali

Infine, i debiti verso il Fisco: anche qui, è vero, c’è l’accollo dell’acquirente – che peraltro è escluso per quel che riguarda le imposte dirette conseguenti alla cessione [quelle sulla c.d. plusvalenza, per intenderci] che restano infatti a esclusivo carico dell’alienante – ma esso è circoscritto alle risultanze  del certificato previsto nell’art. 14 del d.lgs. 472/97, che sarà quindi bene acquisire in tempo utile rispetto alla stipula del rogito definitivo di vendita, tenendo presente che potrà richiederlo anche l’acquirente.

Se è negativo (ovvero non rilasciato “entro i quaranta giorni successivi” alla richiesta) il certificato, precisa la norma citata, “ha pieno effetto liberatorio del cessionario”  e pertanto non scatterà a suo carico nessun accollo sul piano fiscale, mentre, se evidenzierà un qualunque ammontare di imposte (dovute dall’alienante all’Amministrazione finanziaria), l’acquirente ne risponderà in solido con il venditore, se pur limitatamente a quel solo ammontare.

(gustavo bacigalupo)