La scorsa settimana, un cliente ha voluto pagare una parte del corrispettivo in contanti ed il resto tramite POS. Ne parlate molte volte, perché vi seguiamo ogni giorno ma vorremmo che faceste ancora un cenno, perché tra noi soci c’è qualche disaccordo sulle soluzioni pratiche.

 

Francamente non riusciamo a configurare un “disaccordo” tra voi su un tema in cui tutto ormai si dovrebbe muovere, come si suol dire, de plano.

Quando comunque lo scontrino certifichi un importo inferiore a quello indicato nella ricevuta rilasciata a seguito dell’operazione di pagamento elettronico, la non corrispondenza dei due importi – questo lo abbiamo precisato in ogni occasione – può essere interpretata dagli agenti verificatori come presunzione di parziale mancata certificazione dei corrispettivi (incassi “in nero”, in buona sostanza).

Nessuna norma prescrive tuttavia che, in caso di utilizzo della moneta elettronica, il pagamento debba necessariamente riguardare l’intero corrispettivo certificato, essendo indubbiamente possibile [anzi, come vediamo, piuttosto frequente] che, a fronte dell’emissione di un solo scontrino, il pagamento sia operato parte in contanti e parte mediante POS, o che, viceversa, un unico pagamento tramite POS sia certificato da più scontrini.

Inoltre, venendo al dunque, la non perfetta coincidenza dei due documenti non vale di per sé a costituire presunzione di evasione, se non confermata da ulteriori indizi.

Certo è però che, finché sulla questione non si sarà posto un punto fermo [verosimilmente anche qui con l’intervento dei giudici di legittimità], sarebbe opportuno emettere via via gli scontrini fiscali in perfetta corrispondenza con i singoli pagamenti effettuati con carta bancomat.

(roberto santori)