È una sequenza di fatti incredibili se non fossero davvero accaduti e anzi, da quel che vediamo, tuttora in corso.
Siamo stati a lungo incerti se raccontarli, nell’auspicio che il tempo facesse magari il suo corso sterilizzando episodi certo non edificanti e non volendo comunque scendere sul terreno preferito da soggetti che – come l’associazione consumatori protagonista di questa storiaccia – polemizzano quasi a prescindere e per scelte, come dire?, “istituzionali” accendono battaglie di ogni tipo e colore e in qualche occasione (ma qui di sicuro) basate perfettamente sul nulla.
Ma come rileverete tra poco seguendoci pazientemente nel racconto [e vi invitiamo a farlo perché può essere istruttivo e darvi più di un’idea di quel che oggi può girare intorno alla farmacia], gli interventi di pura provocazione di costoro sono andati oltre ogni limite di ragionevolezza, fino al punto – dinanzi alla deliberazione del 07/02/2018 con cui l’Antitrust ha disposto l’“archiviazione” del loro primo esposto del 18/12/2017 – di presentare in data 30/03/2018 all’AGCM un’istanza di accesso/istanza di riesame diretta alla “riapertura dell’istruttoria” per veder finalmente riconosciute le loro “buone” o “buonissime” ragioni.
E allora, anche per non alimentare possibili illusioni circa una benché minima attendibilità dei loro inconcepibili assunti, siamo infine costretti nostro malgrado a rompere gli indugi e a riparlare dell’intera vicenda.

  • L’antefatto: la Sediva News del 30/11/2017

In questa news [“L’idea commerciale (forse troppo astuta) di una farmacia”], come in centinaia di altre note firmate dal sottoscritto o dagli altri Autori, è stato espresso null’altro che un parere tecnico-giuridico e, in questo caso specifico, sulla pratica commerciale di una farmacia come ci è stata descritta in una delle tante mail che riceviamo: avrebbe potuto tranquillamente essere una fake news [anche se questa, come si è visto ben presto, era tutt’altra cosa …], ma la piena veridicità di quello che ci viene segnalato in realtà a noi interessa poco perché preme molto di più che i fatti, oltre naturalmente a presentarsi con caratteristiche almeno sulla carta di attendibilità, si prestino anche ad analisi secondo noi proficue – sia pure sotto il profilo del semplice aggiornamento “culturale” – per i titolari di farmacia.
Per quanto ci riguarda personalmente, e chi ci segue un po’ da vicino lo sa benissimo, è un lavoro che svolgiamo con diletto ma anche, questo è sicuro, nella massima indipendenza di giudizio che di per sé tuttavia – non essendo in grado nessun comune mortale di parlare ex cathedra – non può ovviamente impedirci di incappare tal volta in errori di varia natura.
Dunque, la pratica commerciale su cui stiamo tornando – sempre attenendoci a quanto riferito da quella mail, verosimilmente di una farmacia concorrente a quella chiamata in causa – riconosce a ogni cliente, che all’atto dell’acquisto o del pagamento alla cassa si iscriva a una certa associazione nazionale consumatori, il 5% di sconto ulteriore su tutti i prodotti, medicinali e non medicinali, acquistati nella farmacia in tale occasione o anche in futuro utilizzando la tessera d’iscrizione rilasciatagli a quel momento.

  • L’esposto all’Antitrust in data 18/12/2017

Quei nostri rilievi di allora – che francamente ci pare abbiano riscosso anche nell’immediato giudizi lusinghieri e di piena condivisione – furono però subito oggetto di un inopinato esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato [appunto l’Antitrust] da parte di quella stessa associazione consumatori: per facilitarvi la migliore cognizione di questa vicenda rendiamo perciò anche questo documento consultabile liberandolo comunque da indizi di riconoscibilità.
L’esposto, come potete rilevare, è stato però presentato per ragioni oscure, ma certo erroneamente, non nei confronti del sottoscritto ma della Soc. Sediva, che qui infatti non è editrice di una pubblicazione ma semplice gestore del sito www.sediva.it in cui – come almeno voi ben sapete – permette quotidianamente la diffusione di Sediva News [notizie, pareri, articoli, ecc.] sottoscritte individualmente dai partners, professionisti e collaboratori del ns. Studio, che ne sono gli autori e che sono pertanto i soli che possono/devono risponderne in qualunque sede.
Questo “scambio di persona” può d’altra parte essere forse dipeso anche dalla colpevole leggerezza con cui l’esposto associa “il nome di Sediva… alle fondamentali Federazioni di settore”, pur essendo indubitabile che né il sottoscritto ma neppure la soc. Sediva possano considerarsi dei tutori di profili strettamente sindacali delle farmacie o puramente professionali dei farmacisti, che – tra le mille difficoltà che imperversano nel settore ormai da una decina d’anni – sono curati istituzionalmente da Federfarma e Fofi.
Nel concreto starebbe dunque a noi, prescindendo da qualunque aspetto formale, tentare di replicare alle numerose e variegate affermazioni di cui il documento è disseminato; e però – anche trascurando la voglia dell’associazione, a quanto sembra, di veder affermata dall’Antitrust o da chicchessia altro la piena legittimità [in nome della concorrenza e a beneficio dei consumatori, o cose del genere] di una battaglia tra le farmacie senza limiti o regole nella formazione del prezzo al pubblico del farmaco –  sembrano affermazioni talmente ad ampio spettro e slegate tra loro da rendere arduo coglierne la fine sostanza e un vero filo conduttore.
Un’analisi puntuale nel merito dell’esposto si rivelerebbe perciò un’operazione, oltre che noiosa anche per chi legge, sicuramente sterile per la pura artificiosità di un contenzioso che con tutta evidenza non può giuridicamente avere alcun rilievo e men che meno accedere alla cognizione dell’Antitrust.
Quale sarebbe, ad esempio, la “pratica commerciale ingannevole ed anticoncorrenziale” che l’esposto evoca nella sua intitolazione? Quale la “pubblicità ingannevole ed anticoncorrenziale” che lamenta subito dopo? E quale il soggetto resosi responsabile dell’una e/o dell’altra?
Che fondamento può inoltre ascriversi ai ripetuti richiami alle disposizioni del Codice del Consumo che – al pari di quelle sul (comune) Commercio di cui al D.Lgs. 114/98 – sono perfettamente estranee alla dispensazione del farmaco disciplinata infatti da specifiche norme settoriali, che proprio per la loro specificità hanno potuto volta a volta superare lo scrutinio (anche) della Corte europea di giustizia?
Molto meno equivoca è invece l’affermazione – che nei fatti si risolve tuttavia in una nota (involontaria) di apprezzamento e di riconoscimento del lungo percorso professionale dello Studio – secondo cui “… tale soggetto [che sarebbe la Sediva…], lungi dall’essere al servizio dei consumatori e degli utenti in realtà opera in difesa e nell’interesse proprio della categoria dei farmacisti e nello specifico a tutela delle politiche di determinazione dei prezzi in favore proprio a tale figura”.
Se la mission della Sediva fin dalla nascita è stata quella di prestare servizi alle farmacie – e al centro delle attività dello Studio c’è stata sempre l’assistenza professionale alle farmacie – e non invece quella di “essere al servizio dei consumatori e degli utenti”, la ns. associazione consumatori vorrà quindi farsene una ragione, assolverci possibilmente da queste colpe e resistere alla tentazione di dolersi ai quattro venti che tutte le strutture e gli studi professionali del mondo non siano schierati dalla sua stessa parte o la pensino allo stesso modo.
E soprattutto dovrà evitare – se glielo permettono le finalità “istituzionali” e le sue marcate tendenze a una litigiosità talora esasperata a bella posta – di organizzare o rendersi promotrice, in nome di una malintesa libera concorrenza tra le farmacie, di illegittime iniziative commerciali su qualunque farmaco [compresi quelli di Fascia C evocati nell’esposto], perché è certo che specie in questo momento le farmacie non possono avvertire alcun bisogno di “materie prime” che destabilizzando ancor più l’esercizio dell’attività esasperino illecitamente anche i rapporti tra loro.
L’esposto ci ha comunque reso noto quale sia l’associazione consumatori [“nazionale” come sono “nazionali” le altre quindici o venti consorelle che si rilevano da Google, tutte notoriamente in accesa concorrenza tra loro nel reclutamento del più alto numero possibile di “consumatori”…] issatasi a protagonista di questi fatti.
Dal “banner” dell’associazione – che ha avuto anche la non brillante idea di coinvolgere nella firma del documento all’Antitrust anche una delle associazioni per i diritti dei malati che in realtà è semplicemente una sua “costola” interna – si è infine potuto apprendere anche quale sia la farmacia coprotagonista della “idea commerciale (forse troppo astuta)” e anche il teatro della vicenda.
Ma neppure qui intendiamo dare facile visibilità a un’associazione incessantemente iperattiva nelle sue campagne per la raccolta degli iscritti e che esattamente in quest’ottica – con un intervento così autoreferenziale – sembra più che altro volersi “accreditare” in particolare proprio verso le farmacie, come depongono con forza anche le notazioni finali del documento.
L’esposto infatti così conclude: “le istanti associazioni dichiarano di voler aumentare ed intensificare questa prassi [che è probabile sia l’intesa commerciale di cui stiamo parlando] da valorizzare (?) esportando questa esperienza (!) in altre parafarmacie e farmacie ed in favore di chiunque (?) deciderà di promuovere azioni in favore degli utenti assicurando anche il supporto dell’intera struttura delle istanti associazioni, impegnandosi sin da ora a rendere operativo un progetto che si chiamerà “il consulente per strada e vicino a te ed ai tuoi bisogni” e che partirà proprio con le farmacie”.
Allora, eccoci forse al dunque: la finalità di un attacco massiccio [e sbagliando nella foga l’identità della vittima…] a un semplice parere legale – nient’altro che pro veritate, come si suol dire – sta insomma nell’esigenza, aprendo un qualsiasi fumoso “fascicolo” presso l’AGCM, di irrobustire questa pratica commerciale [un’“esperienza”, come la definisce la stessa associazione consumatori] così da conferirle, chissà, maggiore credibilità e poterla meglio esportare alle “altre parafarmacie e farmacie ed in favore di chiunque ecc.”.
Scriviamo d’altronde sul diritto delle farmacie da un’infinità di anni e spesso in termini molto più incisivi, diretti e ingombranti e prima d’ora non era mai capitato che note strettamente giuridiche, e comunque su una questione in sostanza banale per la sua semplicità di lettura, generassero addirittura un’aggressione di tale portata con tanto di segnalazione all’Antitrust, nonostante questo sia e resti il parere di un giurista o, il che è lo stesso, “una manifestazione della libertà di opinione”.

  • L’istanza di riesame del 30/03/2018

Proprio così si è espressa e non per caso l’Antitrust in data 07/02/2018 che, come si è detto all’inizio, ha per questo deliberato l’archiviazione dell’esposto, non riuscendo tuttavia a far desistere la nostra associazione che ha pertanto riproposto i suoi assunti nell’istanza di accesso/istanza di riesame del 30/03/2018 [documento anch’esso reso consultabile ma anch’esso liberato, per le stesse ragioni già chiarite, da qualunque indizio di riconoscibilità].
Questo secondo intervento riesce però straordinariamente a replicare – anche nelle sue innumerevoli carenze – la prima segnalazione senza quindi aggiungere un minimo quid novi a quel che già era stato allora dedotto e soprattutto non dedotto.
Lamenta, ad esempio, questa ulteriore istanza che “l’istruttoria [N.B.: quella che ha portato l’Antitrust alla pronuncia di archiviazione] non avrebbe potuto esimersi dall’analizzare ogni singola situazione e circostanza che contestualizzando (?) dette “opinioni” in un contesto altamente concorrenziale (?) in cui chi “rendeva tali opinioni” opera da anni a fianco della categoria “forte” dei farmacisti e che pertanto non può che connotarsi da alti profili di concorrenzialità (?)”, e chiedendo al Garante, tanto per ribadire i singolari convincimenti dell’associazione su chi sono i buoni e chi sono i cattivi, di “valutare… le informazioni che si apprendevano sul web circa il ruolo di tale Sediva (?), che, lungi dall’essere a servizio dei consumatori e degli utenti (?) in realtà opera in difesa e nell’interesse proprio della categoria dei farmacisti e nello specifico a tutela delle politiche di determinazione dei prezzi in favore proprio a tale figura”.
Ma, come potrete agevolmente notare prendendovi la briga di leggerlo, anche questo documento manca gravemente proprio nella disamina degli aspetti di diritto della vexata quaestio, limitandosi sotto questo punto di vista alla contestazione [soltanto enunciata ma senza nessuna illustrazione delle ragioni] della riconducibilità della pratica commerciale oggetto dell’indagine all’ambito applicativo delle “operazioni a premio” vietate dal comma 2 dell’art. 5 del decreto Bersani.
La rinuncia del primo esposto come di questa replica – dove, come accennato, le tante idee vengono proposte in termini enfatizzati e volutamente rumorosi, ma rivelandosi tutte perfettamente estranee alla fattispecie – a una seria analisi del suo migliore inquadramento giuridico è insomma un’occasione perduta dall’associazione consumatori per far valere adeguatamente le proprie tesi e “convincere” quindi le farmacie e le parafarmacie [questo peraltro era/è l’obiettivo primario perseguito dall’associazione con i due interventi all’Antitrust] circa il fondamento giuridico di operazioni così ambiziosamente aggressive.
Senonché, nelle nostre note del 30/11/2017 abbiamo voluto – sul tema delle “operazioni a premio” – proporre un’interpretazione meno letterale e più aderente secondo noi alla ratio legislativa del divieto, ma evidentemente è sull’altro aspetto che poggia fortemente il nostro convincimento circa l’illiceità anche deontologica della pratica commerciale, un aspetto dove invece il silenzio dell’esposto e della sua replica è assoluto.

  • L’illiceità della pratica commerciale

Pur se ancora una volta inaudita altera parte, dobbiamo perciò ribadire che l’ulteriore sconto finanziario riconosciuto – indifferentemente su farmaci e non farmaci – a tutti i “neoiscritti” all’associazione consumatori (con tanto di rilascio di tessera), e dunque soltanto a loro e non ai “non iscritti”, integra per quel che riguarda naturalmente i soli farmaci una delle classiche figure di condizioni discriminatorie tra un consumatore e l’altro [cioè tra il neo-iscritto e il non iscritto…] nell’accesso all’ulteriore sconto: proprio quello che, quando si tratta di farmaci, la lettera e al tempo stesso anche la ratio del comma 4 dell’art. 32 del Salvaitalia e del comma 8 dell’art. 11 del Crescitalia intendono vietare a farmacie e parafarmacie.
Partendo del resto dall’ovvia premessa che i farmaci non sono certamente spazzolini da denti, perché mai il legislatore – pur avendo infine optato nel decreto Crescitalia [dopo gli interventi parziali operati dai provvedimenti “Storace”, “Bersani” e “Salvitalia”] per la libera formazione da parte del titolare della farmacia o parafarmacia del prezzo di vendita al dettaglio di Sop e Otc e per la libera pratica di sconti per i medicinali di Fascia A e Fascia C – ha voluto interdire, soltanto per i farmaci e non per gli spazzolini o altri beni o articoli in comune commercio, “i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo”?
E inoltre, perché mai – soltanto per i farmaci e non per gli spazzolini o simili – la norma ha posto espressamente a carico di farmacie e parafarmacie l’obbligo di praticare “a tutti gli acquirenti” lo stesso prezzo ovvero [secondo le due ipotesi predette] lo stesso sconto, senza pertanto nessuna discriminazione tra un consumatore e l’altro, sancendo allo stesso tempo il divieto di adottare sistemi di fidelizzazione, come la Carta Acquisti del MEF [su cui l’esposto all’Antitrust, nel riportare la presentazione che il MEF fa della Carta, omette “sbadatamente” di riportare anche la precisazione finale per la quale questa “non è applicabile all’acquisto di specialità medicinali”…] e/o qualsiasi “fidelity card” [compresa perciò la “tessera di iscrizione” alla nostra disinvolta associazione consumatori], come pure di ricorrere alle formule 2×1, 3×2, ecc., per la loro contrarietà agli artt. 113 e segg. del Codice comunitario dei farmaci di cui al D.Lgs. 219/2006 e l’idoneità a richiamare l’attenzione della clientela su questo tipo di vendita promozionale?

  • Dentifrici, aspirine, art. 32 Cost.

Non è necessario essere grandi esperti di cose giuridiche [tanto più che l’associazione consumatori dovrebbe annoverarne più di uno…] per rispondere a questi interrogativi, e quindi spiegarsi – ma subito dopo spiegare anche ai consumatori che si vorrebbe tutelare – che altro è riempirsi gli scaffali di casa di spazzolini e dentifrici acquistati con la formula 2×1 o simili e tutt’altro è fare incetta di farmaci sol perché, o anche perché, rinvenuti nelle farmacie o parafarmacie a prezzi stracciati.
Ben diversamente, sia nel primo che nel secondo esposto si passa allegramente da prodotti parafarmaceutici a medicinali citando gli uni per gli altri e viceversa, mostrando così di credere davvero e fermamente che per il consumatore non vi sia alcuna differenza tra l’abuso di dentifricio e l’abuso di aspirine, e senza il minimo sforzo per cogliere la diversità di regole che tra farmaci e parafarmaci ha disposto – quanto al trattamento dei consumatori con riguardo al prezzo loro praticato – il legislatore in persona, e “a caduta” anche il nuovo Codice deontologico del farmacista [art. 40, comma 4].
Inoltre, l’art. 32 della Costituzione [“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, ecc.”], che tutti i farmacisti conoscono perché è nel suo ampio spettro che opera anche l’assistenza farmaceutica e per ciò stesso l’intero sistema farmacia, viene evocato ripetutamente nel primo e nel secondo esposto, e “ARTICOLO 32”, guardacaso, è la denominazione dell’altra associazione che ha sottoscritto entrambi.
Ma a questo punto sarà forse chiaro anche alle due associazioni che quella del Legislatore – dopo lo sciagurato [perché proprio qui, oltre che dalla l. 405/2001, ci pare prenda avvio il malessere della farmacia…] abbandono del prezzo fisso di qualsiasi medicinale – di porre almeno questi limiti [modestissimi finché vogliamo ma pur sempre limiti] alla libera concorrenza nella vendita al dettaglio del farmaco, è stata una scelta puramente ispirata alla tutela della salute, proprio nel quadro cioè dell’art. 32 richiamato quindi a sproposito dai nostri inattesi contraddittori.

  • Homo homini lupus?

In conclusione, venga pure e si accentui la “concorrenza” – ci piaccia o non ci piaccia e a noi personalmente piace poco, specie quando sia selvaggia come quella che si sta profilando e materializzando sulle e tra le farmacie [basti pensare al pigia pigia crescente per entrare nel sistema, che non sempre appare limpido nelle origini delle risorse impiegate] – ma che perlomeno si svolga nel rispetto delle disposizioni di legge e dei principi deontologici.
D’altronde, anche se i problemi – come ormai si replica spesso in evenienze come queste – sono “ben altri”, ma la strategia dei “benaltristi” in questo caso sarebbe facile da cogliere, non crediamo di essere i soli a invocare un minimo di ortodossia nella direzione ora indicata e almeno le organizzazioni rappresentative di farmacie e farmacisti non potranno non pensarla allo stesso modo e rifiuteranno sicuramente anche la sola idea di darla vinta a Hobbes e al suo celebre (qui adattato) “pharmacopóla pharmacopólae lupus”.

(gustavo bacigalupo)