Di patti di famiglia abbiamo parlato a fondo più volte, soprattutto quando la figura fu introdotta e disciplinata dai nuovi artt. 768 bis/768 octies del codice civile.
Ma forse ormai i tempi – anche per gli aspetti fiscali – sono maturi quanto basta per pensare di poter ricorrere con buona tranquillità a questo istituto sul quale hanno gravato a lungo incertezze sotto vari profili, ferma tuttora la delicatezza di certe scelte del disponente che il patto di famiglia naturalmente postula.
Anche i giudici di merito e l’Amministrazione finanziaria, del resto, stanno prendendo sempre più confidenza con l’istituto anche se – per motivi facilmente intuibili – non tutti gli interrogativi hanno potuto avere ancora una risposta adeguata che non dovrebbe peraltro tardare più di tanto.
Ricordando comunque che l’art. 768-bis del cod. civ. definisce il patto di famiglia come “il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”, vogliamo oggi dar conto di una nota recente della Direzione Regionale laziale in risposta a un interpello ordinario.
La D.R. Lazio ha in particolare affermato che il patto di famiglia è esente da imposta di donazione anche quando abbia per oggetto il trasferimento a favore di un figlio della quota di una sas pur laddove il disponente, cioè il paterfamilias, sia un socio accomandante, quindi non esercente come tale un’attività d’impresa, ruolo invece che pertiene notoriamente soltanto al socio accomandatario.
È una tesi che, stando alla lettera del codice, può essere anche condivisibile, ma forse lo è un po’ meno guardando alla ratio della disposizione civilistica che parrebbe infatti rivolgersi ai passaggi generazionali di aziende possedute individualmente o di quote societarie inerenti a effettivi poteri imprenditoriali.
Secondo questa nota, invece, accomandatari e accomandanti concorrono unitariamente a dare vita alla gestione dell’impresa e quindi l’esenzione dal tributo può/deve riguardare la quota degli uni come la quota degli altri.
Evidentemente, però, devono anche sussistere le altre condizioni per l’esenzione, e dunque anche l’imprescindibile dichiarazione da parte dei beneficiari di voler continuare l’esercizio dell’attività – nella loro veste di socio accomandatario o di socio accomandante – per un periodo minimo di cinque anni.
Ma sul patto di famiglia, come dicevamo, il classico subentro generazionale si può oggi impostare con maggiore serenità e minori incertezze e comunque avremo occasione di riparlarne ben presto.

(matteo lucidi)