È davvero di rilievo il chiarimento reso pochi giorni fa dalle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione (sent. 10.424 del 07/03/2018) in materia di omesso versamento di ritenute previdenziali ed assistenziali, per il quale, come qualcuno forse ricorderà, l’art. 2, comma 1‑bis, del D.L. 463/1983 [come integrato dal D.lgs. n. 8/2016] prevede attualmente due diversi regimi sanzionatori collegati all’entità dell’omissione:
– per gli omessi versamenti fino a 10.000 euro annui il fatto rileva esclusivamente come violazione amministrativa punibile con una sanzione pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro;
– per quelli superiori alla richiamata soglia la condotta omissiva assume rilevanza penale punibile con la reclusione fino a tre anni e la multa fino a 1.032 euro.
All’indomani della parziale depenalizzazione operata dal D.lgs. 8/2016 erano sorti tuttavia – anche tra Ministero, Inps e Cassazione – dubbi/divergenze sulle modalità di calcolo degli importi omessi al fine di verificare la rilevanza penale o amministrativa dell’omissione del datore di lavoro.
Il punto da chiarire riguardava il criterio di calcolo dell’ammontare complessivo dei versamenti omessi ai fini naturalmente del raggiungimento o meno della soglia di punibilità, e in particolare se si dovesse fare riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo.
La Cassazione (testualmente) ha risposto come segue:“(i)n tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, deve essere individuato con riferimento alle mensilità di scadenza dei versamenti contributivi (periodo 16 gennaio – 16 dicembre, relativo alle retribuzioni corrisposte, rispettivamente, nel dicembre dell’anno precedente e nel novembre dell’anno in corso).
E infatti, se è vero che il debito previdenziale sorge al termine di ogni mensilità per effetto e in dipendenza dell’avvenuta corresponsione delle retribuzioni “è altrettanto vero” – chiariscono gli Ermellini – “che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge, sicché appare più coerente riferirsi, riguardo alla soglia di punibilità, alla somma degli importi non versati alle date di scadenza comprese nell’anno e che vanno, quindi, dal 16 gennaio (per le retribuzioni del precedente mese dicembre) al 16 dicembre (per le retribuzioni corrisposte nel mese di novembre).
Oltretutto, concludono “Tale ultima soluzione, peraltro, appare maggiormente in linea con il contenuto letterale della norma in esame e con le finalità della stessa e consente al datore di lavoro una più agevole individuazione delle eventuali conseguenze penali della sua condotta.”
D’ora in poi, quindi, massima prudenza anche perché naturalmente non possono insorgere più fraintendimenti, perlomeno con riguardo al superamento della fatidica soglia, che tuttavia è proprio quello che fa “scivolare nel penale” l’omissione in argomento.

 (stefano civitareale)