Dal 2018 il Fisco prenderà in esame, per ognuno di noi, il rapporto tra risultanze bancarie e redditi dichiarati, per controllare in particolare se gli incrementi da un anno all’altro delle prime (risultanze bancarie) sono compatibili/corrispondenti con i secondi (redditi dichiarati).
I dati esaminati saranno dunque, in particolare, quelli relativi a conti correnti, conti deposito titoli, gestioni patrimoniali, certificati di deposito, carte di credito, prodotti finanziari del settore assicurativo e acquisto/vendita di oro.
Questi saranno confrontati con i dati risultanti appunto dalla dichiarazione dei redditi delle singole persone fisiche, ma – attenzione – corretti dal solito “algoritmo”.
Se per esempio un cittadino dichiara un reddito di € 40.000, una parte di questo ammontare è destinato alle spese quotidiane e l’“algoritmo” calcolerà quindi il virtuale accantonamento.
Tale nuova impostazione è stata in realtà anche ispirata dalle relazioni annuali della Corte dei Conti che in quella dell’11 giugno 2017 aveva infatti criticato l’Agenzia delle Entrate per non aver mai operato questo confronto (peraltro previsto dalla legge 201/2011) nonostante l’avvenuta soppressione ormai da tempo del segreto bancario.
I primi dati avranno riguardo a eventuali incrementi di disponibilità nel 2014 rispetto al 2013 e i contribuenti saranno chiamati a dar conto dell’eventuale mancata rispondenza tra incrementi e redditi dichiarati.
Un confronto puramente formale [del resto queste per lo più sono verifiche soprattutto formali] tra i due dati potrà quindi far sì che vengano chiamati dall’Agenzia delle Entrate, ad esempio, coloro che denunciano/hanno denunciato un reddito imponibile modesto ma solo perché hanno potuto usufruire di ammortamenti che, come noto, riducono il reddito economico ma non il reddito finanziario.
Se perciò io ho rifatto integralmente l’arredamento della farmacia sostenendo un costo di 200.000 euro, è chiaro che l’anno dopo il mio reddito economico verrà abbattuto della quota di ammortamento dell’intera spesa sostenuta, mentre il reddito finanziario resterà integro e questo potrà comportare proprio quella mancata rispondenza tra incrementi e redditi dichiarati di cui si è detto.
E il discostamento tra i due dati sarà naturalmente ancor più consistente – e quindi in quel confronto formale rilevare in tutta la sua evidenza – nel caso in cui la quota di ammortamento riguardasse, poniamo, il prezzo pagato per l’acquisto della farmacia, cioè in sostanza l’avviamento.
Ma è altrettanto chiaro che in tutte queste evenienze io potrò difendermi con buona facilità, dato che la mancata rispondenza è in tali casi pienamente giustificata, e quindi nei fatti non dovrei avere grossi problemi con il Fisco, diversamente – come è agevole capire – dall’ipotesi in cui io non riesca invece a spiegare perché i conti correnti sono lievitati per un importo rilevante da un anno all’altro nonostante la modestia del reddito dichiarato.
Concludendo, può essere perciò utile – secondo le indicazioni della Sediva News del 29.01.2018 – predisporre il bilancio anche guardando al cash flow, che è infatti in grado di aiutarci sia a tener conto di quanto ci è consentito ragionevolmente prelevare in contanti e anche, come si è visto, ad aver sotto controllo il rapporto tra il reddito economico e le movimentazioni finanziarie, e soprattutto, di queste ultime, quelle tradotte in accantonamenti/investimenti bancari o simili.
Questa in soldoni la spiegazione del titolo.

(franco lucidi)