1) Sono una farmacista dirigente di Asl e qualche giorno fa mi è stato anticipato dal direttore generale che saranno recuperati a mio danno gli importi che per errore due anni fa mi sono stati versati in più negli stipendi di tre o quattro mesi.
Mi sembrava in verità che queste somme a un dipendente pubblico non potessero essere reclamate quando come nel mio caso ci sia stata assoluta buona fede.
Qual è il vostro parere?

2) In farmacia abbiamo quattro dipendenti e, da un controllo di qualche giorno fa, ci siamo resi conto che per un errore grave del programma di calcolo del consulente del lavoro abbiamo versato negli ultimi due anni un surplus di retribuzione a un farmacista collaboratore, senza naturalmente che gli sia stato riconosciuto un premio o cose simili perché si è trattato proprio di un problema informatico.
Vorrei sapere se ho diritto alla restituzione delle somme, tanto più che non credo che il dipendente possa negare l’evidenza degli errori.

Per orientamento giurisprudenziale ormai sostanzialmente costante, la P.A. – quanto al primo quesito – può legittimamente ripetere [purtroppo per Lei…] la somma indebitamente corrisposta al dipendente pubblico, senza che la buona fede di quest’ultimo possa essere validamente opposta, potendo semmai giovargli, come vedremo, soltanto in ordine alle modalità della restituzione (ed eventualmente anche agli interessi e ai frutti).
Diverso sarebbe il discorso in ambito previdenziale, dove infatti – ai fini della restituzione – viene riconosciuto un rilievo importante proprio alla buona fede e all’affidamento consolidato dal trascorrere del tempo.
La giurisprudenza quasi coralmente afferma dunque che la retribuzione versata per errore al dipendente pubblico può anzi deve essere recuperata secondo le regole dell’indebito oggettivo ex art. 2033 c.c. [“Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato”], perché elargita sine titulo, senza cioè una valida causa negoziale che “supporti” la dazione ex artt. 1322, comma 1, 1325, commi 1, e 1343 c.c..
Il tutto è reso cogente dalla circostanza che la pubblica amministrazione tutela interessi della collettività, dovendo perseguire evidentemente finalità di pubblico interesse (anche secondo l’art. 97 Cost.).
E più o meno negli stessi termini, e con richiami sempre all’art. 2033, si sono espressi anche la Corte dei Conti (Sez. Reg. Contr. Umbria, Delib. 24/09/2015, n. 120) e il Consiglio di Stato (Sez. VI, sent. 2203 del 20/04/2004), il quale però ha altresì chiarito in altre circostanze come l’azionabilità del diritto al recupero della somma da parte della P.A. non può essere impedita né, come detto, dall’eventuale percezione in buona fede delle somme non dovute, ma neppure dall’ipotetica loro destinazione a bisogni primari della vita, che al più possono (anch’esse) incidere sull’apprezzamento discrezionale circa un’eventuale gradualità del rimborso [concessioni di rateizzazioni, dilazioni di pagamento, ecc.].
Infine, quanto alla prescrizione, il termine è di cinque anni dall’ultima (non dovuta) erogazione di somme.

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Le cose stanno invece diversamente nella seconda questione, che descrive, per un errore del software del consulente del lavoro, un pagamento al farmacista dipendente eccedente quello convenuto e/o garantito dal CCNL applicabile.
Qui, infatti, la ripetizione da parte del datore di lavoro delle somme erogate è consentita solo in presenza di un errore scusabile e riconoscibile dal collaboratore, come peraltro sembrerebbe essere il fatto proposto.
Ben potrebbe, invero, la farmacia corrispondere a un dipendente una retribuzione superiore a quella liquidatagli nei mesi precedenti o comunque ai minimi contrattuali (art. 2077 c.c.), incombendo perciò soltanto al datore di lavoro la dimostrazione sia dell’assenza di una sua volontà (tacita) come anche della riconoscibilità dell’errore da parte del collaboratore, cosicché in tal caso – ma solo in tal caso – il pagamento può essere considerato invalido e quindi la somma ripetibile.
Di recente si è tuttavia formato in giurisprudenza un orientamento che tende a sollecitare – in pratica, caso per caso – una prodromica indagine volta all’accertamento di un possibile comportamento concludente del datore di lavoro: ad esempio, una retribuzione maggiore, erogata senza soluzione di continuità per un lungo periodo di tempo, è/può essere ragionevolmente riconducibile alla volontà datoriale di premiare il dipendente, quel che evidentemente escluderebbe la ripetibilità delle somme.
Nella specifica questione posta nel secondo quesito, in definitiva, abbiamo l’impressione che la farmacia abbia l’onere non propriamente agevole di dimostrare in particolare – beninteso in sede giudiziaria – che non solo il pagamento in eccedenza non era dovuto, ma anche che, come accennato, esso non sia avvenuto per una precisa volontà del datore di lavoro sia pure tacita, cioè rilevabile da comportamenti concludenti e vincolanti.
Per l’applicabilità dell’art. 2033 cc., insomma, bisogna che l’errore del datore di lavoro fosse palese e magari, sotto questo aspetto, sostenuto da prove testimoniali circa l’inconsapevolezza del maggior pagamento retributivo.
In definitiva, la vicenda è sicuramente più semplice nel primo caso, molto meno nel secondo.

(federico mongiello)