Siamo una farmacia di recente apertura da concorso straordinario e sperando di non sbagliare ma di valorizzare l’immagine della farmacia vorremmo fornire gratuitamente non solo i camici per farmacisti e commessi (rispettivamente bianchi e verdi) per garantirne l’uniformità, ma anche dei “tailleur” piuttosto eleganti per l’addetta alla cosmetica.
Crediamo che siano spese valide fiscalmente, ma vorremmo il vostro parere anche guardando alla posizione dei dipendenti.

Come quello dello scontrino fiscale nei suoi mille casi, anche il tema delle divise del personale della farmacia sembra essere, per così dire, “evergreen”, forse anche per i profondi cambiamenti in atto nel settore che stanno rendendo sempre più sensibili le farmacie al problema di un’adeguata valorizzazione dell’immagine dell’attività.
L’ultima volta che ne abbiamo parlato un po’ a fondo – se non andiamo errati – è stato nella Sediva News del 27/02/2015 e ci sentiamo francamente di confermare anche qui quelle osservazioni cui pertanto pensiamo di poter rimandare, specie naturalmente per coloro che desiderano approfondire un minimo l’argomento.
Qui ci limitiamo a ricordare che questi sono costi perfettamente deducibili per la farmacia perché, fiscalmente parlando, sono spese per il personale, sebbene non per natura ‑ non essendo evidentemente stipendi e/o contributi – ma per destinazione: si tratta infatti di beni acquistati indubitabilmente in funzione dell’utilizzo da parte del personale nello svolgimento delle relative mansioni.
Dunque, in quanto tali, sono perfettamente inerenti l’attività e deducibili/detraibili ai fini delle imposte dirette/Iva.
Più complessa, invece, appare la qualificazione di questi beni (come il quesito accortamente rileva) in capo ai dipendenti assegnatari dato che la concessione in uso, o comunque l’assegnazione del vestiario potrebbe dar luogo ad un vero e proprio compenso in natura (“benefit”) da inserire in busta paga per un importo corrispondente al valore commerciale del capo di vestiario e da assoggettare perciò a tassazione e a contribuzione.
Senonché, ferma l’opportunità che Lei senta in ogni caso anche il parere del Suo consulente del lavoro, questa conclusione sembrava già allora e sembra tuttora troppo rigida considerando che l’impiego degli indumenti – pure se utilizzati personalmente dai dipendenti – corrisponde in realtà a un interesse esclusivo o prevalente della farmacia e per ciò stesso del datore di lavoro, ed è inoltre un impiego intimamente connesso all’attività lavorativa e non finalizzato alla gratificazione personale del lavoratore o men che meno ad ampliare la sua sfera patrimoniale.
Il che vale senza alcun dubbio per i camici di farmacisti e commessi ma anche, se guardiamo bene, per il “tailleur” dell’addetta alla Beauty, pur costituendo quest’ultimo un “abito civile” perfettamente utilizzabile a tutti gli effetti al di fuori del contesto lavorativo, dato che, ancora una volta, l’uso del vestiario – anche qui obbligatorio durante l’orario di lavoro pur se in base ad una mera regola di servizio – risponde prevalentemente all’interesse della farmacia/datore di lavoro, restando così escluso, almeno in via principale, ogni intento di gratificazione e/o arricchimento delle unità lavorative.
Ma naturalmente, sempre guardando in particolare al “tailleur”, il rischio di incappare in qualche verificatore “tutto d’un pezzo”, e che non la pensa esattamente così, non si può certo escludere del tutto.

(giorgio bacigalupo)