[… ma solo se acquistati nell’unica farmacia in esercizio sul territorio]

Su consiglio della ns. Federfarma provinciale, mi rivolgo a voi per chiedervi un parere su questa situazione: l’amministrazione di un Comune ha deliberato un contributo per le spese di farmaci a favore della popolazione residente ma soltanto nel caso in cui gli acquisti siano effettuati nell’unica farmacia del paese.
Parecchi residenti, soprattutto pendolari, sono invece clienti da tempo di un paio di farmacie ubicate in una cittadina vicina e che perciò contestano questa iniziativa comunale.
Conoscendo la vostra competenza su questi argomenti vi sarei grato per una vostra opinione.

L’art. 15 della l. 475/68 riconosce “ad ogni cittadino, anche se assistito in regime mutualistico, il diritto di libera scelta della farmacia” e il principio è richiamato – certo non casualmente – anche dal/nell’art. 11 del vs. Codice deontologico (“Al farmacista è vietato porre in essere iniziative o comportamenti che limitino o impediscano il diritto di libera scelta della farmacia da parte dei cittadini sancito dall’art. 15 della legge 475/1968”).
E’ una norma sicuramente imperativa che come tale non può essere derogata da disposizioni di natura pattizia, che in tal caso sarebbero nulle, ma neppure da un qualsiasi provvedimento amministrativo, che sarebbe illegittimo e perciò annullabile dal giudice amministrativo: e in questa vicenda si può pensare che l’iniziativa del Comune sia stata assunta proprio con un provvedimento amministrativo, come potrebbe essere stato ad esempio il caso di una deliberazione di Giunta.
Si tratta dunque di un’iniziativa – cui tuttavia almeno formalmente sembrerebbe estranea l’unica farmacia in esercizio nel comune, la quale pure ne trae certamente vantaggio – che sembra porsi in contrasto con il precetto legislativo.
A quanto pare, infatti, il “contributo per le spese di farmaci” viene espressamente riservato ai soli residenti che si rivolgano a quell’unica farmacia [spingendoli così fortemente verso quest’ultima], mentre come accennato il principio sancisce l’illiceità di qualunque pratica che – anche per effetto, se del caso, di atti o comportamenti estranei alle attività strettamente commerciali di una o un’altra farmacia – renda per un cittadino [“anche se assistito in regime mutualistico”, precisa l’art. 15 con il vocabolario dell’epoca…] più proficuo approvvigionarsi di farmaci presso un esercizio piuttosto che in un altro.
L’art. 15 imporrebbe insomma che alla popolazione residente il “contributo per le spese di farmaci” sia concesso dal Comune indipendentemente dalla farmacia in cui queste avvengano.
Ribadendo che al titolare dell’altra farmacia non sembra possa imputarsi alcunché neppure sotto il profilo deontologico [non trattandosi all’apparenza di sue “iniziative” …], nel concreto può in ogni caso non rivelarsi agevole ostacolare un’iniziativa per la verità singolare come questa: forse però, se con le “buone” facciamo un buco nell’acqua, un certo rumore “politico” potrebbe invece sortire qualche effetto, come peraltro anche nell’ipotesi di un ricorso al Tar contro il provvedimento comunale e/o di un esposto all’Antitrust che possa avviare una delle sue tipiche istruttorie.
Non resterebbe in definitiva che battere come rimedio estremo una o più di queste strade [pur potendo sembrare sotto certi aspetti sproporzionate rispetto all’importanza dei fatti] per indurre il Comune a svolgere un ruolo “super partes” e costringerlo in sostanza a riconoscere ai cittadini il “contributo per le spese di farmaci”, in qualunque farmacia siano effettuate.
Del resto, guardando proprio il lato “politico” della storia, dovrebbero essere soprattutto – per non dire soltanto – i cittadini [e non la farmacia ubicata nel comune] a usufruire di iniziative indubbiamente meritorie come queste, che dovrebbero quindi lasciarli “liberi” di approvvigionarsi di farmaci dove meglio credono e senza che la scelta della farmacia comprometta minimamente il conseguimento dei benefici.

(gustavo bacigalupo)