Devo sempre far quadrare gli incassi POS con gli scontrini per evitare quantomeno dei problemi in caso di verifica? 

È un argomento effettivamente da noi già affrontato (ad esempio, v. Sediva News dell’08/10/2015) ma la sua attualità non tende, come vediamo, a ridursi perché nel concreto non è così raro che il cliente chieda di pagare il proprio acquisto parte in contanti e parte in moneta elettronica.
Se lo scontrino allora certifica un importo inferiore a quello indicato nella ricevuta rilasciata a seguito dell’operazione di pagamento elettronico, gli agenti verificatori in realtà potrebbero (come il quesito giustamente sospetta) interpretare – lo hanno d’altra parte già fatto in passato – tale non corrispondenza dei due importi come presunzione di parziale mancata certificazione dei corrispettivi (incassi “in nero”, in pratica).
Senonché, in primo luogo, nessuna norma prescrive che in caso di utilizzo della moneta elettronica il pagamento debba necessariamente riguardare l’intero corrispettivo certificato, essendo possibile evidentemente che, a fronte dell’emissione di un solo scontrino, il pagamento sia appunto operato parte in contanti e parte tramite POS, o che, viceversa, un unico pagamento tramite POS sia certificato da più scontrini.
Venendo inoltre al punto, come recentemente sta comunque riconoscendo anche la giurisprudenza (pur se per il momento, almeno così ci pare, soltanto quella di merito), la non perfetta coincidenza dei due documenti – checché ne pensi il Fisco – non vale di per sé a costituire una presunzione di evasione, se non corroborata da ulteriori indizi.
È inutile però aggiungere che, finché sulla questione non si sarà posto un punto fermo (ragionevolmente anche qui soltanto con l’intervento dei giudici di legittimità), sarebbe opportuno emettere via via gli scontrini fiscali proprio in corrispondenza con i singoli pagamenti operati con carta bancomat, perché – almeno quando si può – il contenzioso va ovviamente evitato.

 

(stefano civitareale)