Il reato di omessa dichiarazione di cui all’art. 5 del D.lgs. 74/2000 sussiste anche nel caso in cui sia stato commesso per non denunciare redditi di provenienza illecita, e dunque in definitiva per non auto-accusarsi [in applicazione d’altronde del principio “nemo tenetur se detegere”].
Questa è la conclusione raggiunta – peraltro in linea con precedenti arresti giurisprudenziali sull’argomento – dalla Corte di Cassazione in una recente sentenza della III Sez. Penale (n. 53.137/2017).
Nello specifico, i Supremi giudici hanno esaminato il caso di un imprenditore che si difendeva dalla contestazione del reato di omessa dichiarazione invocando, per l’appunto, il richiamato principio – sancito anche dall’art. 6 del Trattato istitutivo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), e per il quale nessuno è obbligato ad affermare la propria responsabilità – perché, questo era il fulcro della tesi difensiva, considerata la natura illecita dei proventi la loro indicazione in dichiarazione sarebbe equivalsa ad una “confessione”.
Gli Ermellini non hanno accolto la tesi.
Partendo, infatti, dal principio che anche i proventi da attività illecite devono essere soggetti a tassazione (art. 14, comma 4, L. 537/93) e rifacendosi a precedenti pronunce sul punto, i giudici hanno precisato innanzitutto che quel principio ha natura processual- penalistica e non può essere applicato al di fuori di quel contesto; inoltre la dichiarazione dei redditi è un atto dovuto e non costituisce una denuncia a proprio carico ma una semplice comunicazione inviata ai fini fiscali.
Pertanto“(v)a […] richiamato il principio di diritto secondo il quale la circostanza che il possesso di redditi possa costituire reato e che l’autodenuncia possa violare il principio nemo tenetur se detegere è sicuramente recessiva rispetto all’obbligo di concorrere alle spese pubbliche ex art. 53 della Costituzione, dichiarando tutti i redditi prodotti (effettivi), espressione di capacità contributiva (cfr in termini Cass. civ. Sez. 5, n. 3580 del 2016).” Del resto sul punto già è stato precisato che “la ormai incontestata e riconosciuta normativamente tassabilità dei proventi illeciti, anche delittuosi, comporta il necessario superamento di ogni remora anche in ordine alla dichiarazione, essendo connaturale al possesso di un reddito tassabile il relativo obbligo di dichiarazione” (Cass. civ. Sez. 5, n. 20032 del 30/09/2011, Rv. 619268 – 01).
E quanto ai principi internazionali, come già accennato: “(non) sussiste la violazione dell’art. 6 CEDU, il quale – nel riconoscere al soggetto il diritto a tacere e a non contribuire alla propria incriminazione, a conferma e garanzia irrinunciabile dell’equo processo – opera esclusivamente nell’ambito di un procedimento penale già attivato, stante la sua “ratio” consistente nella protezione dell’imputato da coercizioni abusive da parte dell’autorità (Sez.5, n.12697 del 20/11/2014, Rv.263034)”.
Insomma, in fatto di tasse – come si vede – non c’è “nemo tenetur se detegere” che tenga…

 (stefano lucidi)