La Cassazione (Sez. V sent. n. 25289 del 25/10/2017) è tornata una volta di più sul delicato problema ‑ nella nostra Rubrica affrontato ripetutamente – delle conseguenze che possono derivare dal rinvenimento, nel corso o a margine di una verifica fiscale, del conto cassa con saldo negativo nella contabilità dell’impresa accertata.
Secondo la giurisprudenza consolidata della Suprema Corte, infatti, la cassa “in rosso” consentirebbe al Fisco di operare l’accertamento del reddito in via induttiva, cioè sulla base di presunzioni “semplicissime” (come spesso vengono definite), prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza prescritti dall’art. 2729 c.c.: in pratica, sulla base di puri “indizi”.
In particolare – si legge proprio nella sentenza richiamata – “la dottrina ragionieristica e, con essa, la giurisprudenza di questa Corte hanno chiarito che, siccome la chiusura ‘in rosso’ di un conto di cassa significa, senza possibilità di dubbio, che le voci di spesa sono di entità superiore a quella degli introiti registrati, non si può fare a meno di ravvisare, senza alcuna forzatura logica, l’esistenza di altri ricavi, non registrati, in misura almeno pari al disavanzo. Si deve conseguentemente ritenere che una chiusura di cassa con segno negativo oltre a rappresentare, sotto il profilo formale, un’anomalia contabile, denota sostanzialmente l’omessa contabilizzazione di un’attività (almeno) equivalente al disavanzo”.
Questo, come abbiamo premesso, è un assunto che la Suprema Corte reitera senza alcuna incertezza costituendo così sostanzialmente jus receptum, ed è difficile dissentire dalle conclusioni della Cassazione circa la presunzione di “incassi in nero” quando la contabilità dell’impresa indichi, con riguardo allo stesso periodo, entrate di cassa inferiori – per un importo naturalmente di un qualche rilievo – alle uscite di cassa, quindi inferiori generalmente alle varie voci di spesa effettuate per contante.
Se ne tenga dunque conto anche nella gestione – effettiva e contabile – del contante della farmacia; non crediamo siano necessarie ulteriori precisazioni, ma purtroppo, siamo costretti a tornare più volte su un argomento così delicato, perché nel concreto comporta tuttora per voi qualche problema.
Alcune farmacie (e ci riferiamo a titolari, soci, familiari, ecc.) continuano infatti quasi ostinatamente a trattare la “cassa” dell’esercizio come fosse una tasca personale (o giù di lì), da cui poter togliere e in cui poter mettere denaro a proprio piacimento, senza perciò una verifica adeguata di quello che in generale può essere stato il comportamento “fiscale” osservato in precedenza, e disinteressandosi tranquillamente della documentazione da registrare nella contabilità e/o comunque acquisita nello stesso periodo di tempo, con tutti i rischi che – come si è appena visto – ne possono derivare.

 (stefano civitareale)

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