Mentre sull’estensione della disciplina civilistica (art. 230 bis cod. civ.) e fiscale (art. 5 Tuir) dell’impresa familiare alle unioni civili non potevano sorgere dubbi perché è la stessa legge Cirinnà – che ha riconosciuto nel nostro ordinamento le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto tra persone anche di sesso diverso – a prevederlo espressamente, c’erano invece incertezze sull’applicabilità delle regole dell’istituto anche alle convivenze di fatto.
È vero che per queste ultime proprio la legge Cirinnà ha introdotto nel cod. civ. l’art. 230 ter [“…al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato”], ma si tratta di una disposizione non pienamente sovrapponibile all’art. 230 bis perché, ad esempio, non spetta al convivente il “diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia”, né quello di partecipare alle “decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi” o “inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa” e né infine “il diritto di prelazione sull’azienda” in caso di divisione ereditaria o di cessione a terzi come prevede il penultimo comma dell’art. 230bis.
Insomma, quei dubbi avevano un qualche fondamento ma più che altro formale, come abbiamo rilevato nella Sediva News del 07.10.2016 (“L’impresa familiare per le unioni civili e le convivenze di fatto certezze e perplessità”), osservando in particolare quanto segue:
“Non sarebbe d’altronde peregrino sospettare di incostituzionalità l’eventuale mancata estensione dell’art. 5 T.U.I.R. anche alle convivenze di fatto, ma crediamo che, prima di un intervento [c.d. additivo] della Consulta o di una pronuncia del giudice tributario, potrà essere lo stesso legislatore fiscale a superare l’impasse inserendo in un secondo momento proprio nell’art. 5 (e le occasioni certo non gli mancheranno) anche il riferimento all’art. 230ter.
Come peraltro non si può neppure astrattamente escludere che sia addirittura l’Amministrazione finanziaria a prendersi la briga di risolvere direttamente la questione a favore delle convivenze di fatto, ma non possiamo nasconderci che in tale evenienza gli uffici statali dovrebbero sobbarcarsi la fatica di… Sisifo di adattare il disposto dell’art. 5 a una fattispecie che non è pienamente sovrapponibile all’altra (il dettato dell’art. 230bis, come si è ricordato, è ampio e dettagliato rispetto a quello sin troppo asciutto dell’art. 230ter), e quindi a una fattispecie comunque diversa. Ed è difficile pensare che l’Amministrazione possa arrivare a tanto.
È vero, in definitiva, che c’è ancora qualcosa che va meditato con attenzione, ma ci pare che i conviventi di fatto possano serenamente fare affidamento su un esito positivo dell’indagine e dunque – tenendo presente che ai fini fiscali un’impresa familiare, affinché sia applicabile in un esercizio annuale, deve risultare (come prescrive l’art. 5) “da atto pubblico o da scrittura privata autenticata anteriore all’inizio del periodo di imposta, recante la sottoscrizione dell’imprenditore e dei familiari partecipanti” – gli interessati sarà bene che procedano in tal senso entro il 31 dicembre p.v.”.
Ora, un contribuente aveva proposto interpello all’Amministrazione finanziaria, perché – avendo costituito con atto notarile un’impresa familiare con il convivente proprio entro la fine dello scorso anno –  chiedeva chiarimenti in ordine alla sua rilevanza sul piano fiscale.
E rispondendo con una risoluzione di qualche giorno fa, l’Agenzia delle Entrate rileva, condivisibilmente, che – nonostante l’art. 5 Tuir (la disposizione che consente di utilizzare fiscalmente l’impresa familiare con l’attribuzione del reddito d’esercizio, fino al tetto del 49% dell’intero, a parenti e affini inseriti nell’i.f.) richiami soltanto l’art. 230 bis e non l’art. 230 ter – il riferimento alla “partecipazione agli utili dell’impresa familiare” costituisce tuttavia elemento sufficiente per concludere a favore dell’applicazione, anche alla partecipazione all’i.f. del convivente, dei “principi generali che hanno portato alla collocazione dell’impresa familiare all’interno dell’articolo 5 del TUIR”.
Perciò, l’altro contraente dell’unione civile e l’altro convivente possono essere ambedue inseriti nell’impresa familiare e resi così fiscalmente attributari di una quota di partecipazione agli utili annuali (con il ricordato limite del 49% dell’intero) e alla condizione – è opportuno rammentarlo ancora una volta – che l’inserimento, ad esempio, del convivente nell’i.f. sia stato formalizzato con atto notarile entro il 31 dicembre dell’anno precedente, e dunque è necessario che chi vi ha interesse ne tenga sempre ben conto.
Questo però soltanto sul piano fiscale perché, come abbiamo osservato ripetutamente, su quello strettamente civilistico la questione non si pone affatto allo stesso modo, essendoci diversità anche molto importanti sulle quali comunque non possiamo evidentemente soffermarci anche in questa occasione.
Ma le cose vanno diversamente anche quanto alla contribuzione Inps, visto che una circolare dell’Istituto ha precisato di recente che il riconoscimento dei diritti ex art. 230 bis all’altro partecipe dell’unione civile o all’altro convivente non ha alcun rilievo sul piano contributivo, cosicché l’ammontare degli utili riconosciuti al partecipe dell’i.f., in questi due casi non sono per lui imponibili, e perciò non ne comportano l’iscrizione nella Gestione Commercianti.
In tali fattispecie, conseguentemente, il titolare dell’impresa familiare versa alla Gestione la contribuzione calcolata sull’intero ammontare degli utili d’esercizio, prescindendo pertanto dall’attribuzione di una loro quota al collaboratore.
Naturalmente però, quando si tratta di una farmacia di cui sia titolare una persona fisica, neppure quest’ultimo versa alcunché all’Inps essendo egli tenuto notoriamente alla liquidazione del contributo all’Enpaf in misura fissa.
In sostanza, fermo che quando il partecipe all’i.f. sia un farmacista anche la sua posizione contributiva (al pari di quella del titolare dell’i.f.) è interamente definita presso l’Enpaf, se è invece un “non farmacista” verrà iscritto alla Gestione Commercianti soltanto se coniuge, figlio, parente, affine, ecc., ma non se sia il convivente ovvero l’altro componente dell’unione civile con il titolare.
È una conclusione per la verità non pienamente convincente, ma per il momento – per quel che riguarda convivenze di fatto e unioni civili – le cose presso l’Inps stanno come si è detto.
L’Amministrazione finanziaria merita però certamente un plauso per non aver ceduto almeno una volta, come abbiamo visto, al bieco formalismo.

(stefano lucidi)

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