Purtroppo, come in una farmacia vicina anche nella nostra i NAS hanno rinvenuto nella stessa giornata dei farmaci scaduti, 7 confezioni di uno e due di un altro; la scadenza per i primi era di oltre 15 gg. per gli altri di qualche giorno.
I Carabinieri mi hanno fatto capire che difficilmente potrò evitare sanzioni penali.

È una questione (quasi) fatalmente sempre di attualità su cui la Suprema Corte – diversamente da qualche volenteroso giudice di merito, incline a interpretazioni più… evolutive – stenta ancora a derogare dall’orientamento da tempo consolidato, e ben noto ai farmacisti per il quale, indipendentemente dall’effettivo stato del medicinale e dunque prescindendo dalla sua idoneità nel concreto a danneggiare la salute pubblica, il farmaco scaduto deve considerarsi, con presunzione assoluta e quindi insuscettibile di prove contrarie, guasto o imperfetto secondo l’accezione assunta dall’art. 443 del cod. pen. che punisce “chiunque detiene per il commercio, pone il commercio o somministra medicinali guasti o imperfetti.
Al pari di quello previsto nel successivo art. 445, di cui abbiamo parlato anche recentemente (v. Sediva news del 20/06/2017: “L’errata spedizione della ricetta”), anche questo è un reato c.d. di pericolo per la cui configurazione è sufficiente che il bene protetto – che nell’art. 443, come nell’art. 445, è l’insieme di condizioni di igiene e sicurezza della vita e dell’integrità fisica o salute della collettività, in sintesi la salute pubblica – sia appunto messo in pericolo da una certa condotta, pur se colposa come in questo caso, prescindendo da qualsiasi verifica circa i danni effettivi che ne possano essere derivati (una verifica invece necessaria per i reati c.d. di danno).
Nell’art. 443 la condotta è per di più contemplata ad amplissimo spettro, perché, come abbiamo appena letto, non è punita soltanto la somministrazione ma anche la semplice detenzione per il commercio del medicinale scaduto; quindi in pratica il farmacista può tentare di sottrarsi alla commissione del reato più che altro nelle circostanze in cui la detenzione oltre la data di scadenza delle confezioni di farmaci si appalesi oggettivamente non finalizzata al commercio, come quando, ad esempio, egli abbia approntato un apposito ancorché ridotto comparto della farmacia proprio per i medicinali scaduti (perciò riservato solo a questi ultimi), e magari destinandone univocamente il contenuto, con espresse indicazioni scritte, alla restituzione e/o alla distruzione.
Quanto alla sanzione, l’ipotesi dolosa dell’art. 443 è punita “con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a 103 Euro”, mentre per quella colposa – secondo l’art. 452 – le pene ora indicate sono “ridotte da un terzo a un sesto”, ma dovrebbe essere applicabile anche qui l’art. 53 della L. 24/11/81 n. 689, che consente al giudice penale di sostituire la pena detentiva “quando ritiene di doverla determinare entro il limite di sei mesi”.
Si tratterebbe pur sempre, è vero, di una pena perché il reato in argomento non è stato comunque depenalizzato, ma il Suo caso dovrebbe rientrare in questo “limite di sei mesi” e Lei perciò cavarsela con una pena pecuniaria.
Un cenno, infine, all’art. 131 bis c.p. secondo cui “nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”.
Questa è una disposizione (unitamente ad altre che la seguono nel provvedimento) introdotta dal d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28 che però talora si tende forse a sopravvalutare, ritenendo in particolare che eventuali comportamenti che configurino astrattamente ipotesi di reato possano generalmente beneficiarne.
Ma nella realtà l’ambito applicativo di questa disposizione non è così ampio come potrebbe sembrare, anche se il Tribunale di Milano ne ha fatto recentemente applicazione proprio per una vicenda del tipo di quella descritta nel quesito.
Nella fattispecie decisa dai giudici meneghini era stata tuttavia rinvenuta una sola confezione di farmaci scaduti mentre qui le cose sembrerebbero andate in modo diverso, pur ricorrendo probabilmente anche in questa vicenda specifica gli altri presupposti applicativi dell’art. 131 bis.
La Cassazione, ripetiamo, non è stata sinora molto tenera (l’ultima decisione è soltanto di un paio di anni fa e anch’essa è improntata al rigore), ma per la verità fino ad oggi non ci risulta che abbia avuto occasione di occuparsi di detenzione in farmacia di medicinali scaduti nel vigore dell’art. 131 bis e dunque può darsi in conclusione che da Piazza Cavour possa giungere prima o poi qualche indizio di cambiamento.
Certo è però che la formulazione dell’art. 443 resta severa ma chissà – proprio per questo o anche per questo – ormai forse superata e da sopprimere, quantomeno come norma incriminatrice.

(gustavo bacigalupo)

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