Ci viene raccontata questa vicenda: Tizio cede a Caio una quota di snc titolare di farmacia e il rogito notarile viene formalizzato a metà dicembre 2016, quando cioè era ancora in vigore la singolare disposizione di legge che – come si ricorderà – aveva “sospeso” fino al 31/12 dello scorso anno il requisito dell’idoneità, che al momento del rogito Caio evidentemente non possedeva.
Tizio e Caio producono a Roma Capitale e alla Asl copia autentica del rogito (con l’ulteriore documentazione richiesta, pensiamo) affinché il Comune in ordine alla modifica della compagine sociale – e magari, ma non lo sappiamo, anche con riguardo alla direzione responsabile della farmacia sociale – adotti la famigerata c.d. “presa d’atto”.
Senonché gli uffici comunali si intestardiscono sin dall’inizio nel sostenere che, essendo stata tale istanza prodotta nel mese di gennaio di quest’anno, quindi dopo il 31/12/2016, la cessione non può essere riconosciuta (?) e perciò la “presa d’atto” deve essere negata, e siamo costretti naturalmente a immaginare che secondo Roma Capitale le conseguenze dovrebbero tradursi – a dispetto del rogito di cessione – nella permanenza di Tizio all’interno della compagine sociale!
Un fatto più o meno analogo ci era stato descritto qualche tempo fa ma sembrava – anche sulla base di colloqui intercorsi in via breve – che il Comune avesse ben presto fatto macchina indietro “riconoscendo”, o apprestandosi a farlo, la cessione di quota.
Incredibilmente però le cose, almeno qui, non stanno andando in questa direzione, perché Tizio e Caio sono stati ora bellamente invitati con una buona dose di arroganza a produrre ricorso al Tar contro il diniego di “presa d’atto”, anche perché (avrebbe chiarito a voce il funzionario) sembra vi sia un precedente dello stesso genere – Tizio e Caio non sono dunque i soli a vivere questa storia kafkiana! – che sta per essere definito tra qualche giorno, forse in sede cautelare, proprio dai giudici laziali.
In sostanza, perciò, il pensiero degli ineffabili funzionari capitolini è il seguente: che i cittadini se la vedano pure al Tar e sia allora il Tar a decidere perché noi la responsabilità di “prendere atto” di una cessione di quota – intervenuta a favore di un “non idoneo” nel dicembre 2016 ma resaci nota soltanto a gennaio, cioè a requisito ormai tornato in vigore – non intendiamo minimamente assumercela!
Crediamo o ci illudiamo che a questo punto possa essere chiaro almeno ai più, soprattutto se funzionari pubblici, che un rogito notarile – ove non sottoposto dalla legge e/o dalle parti a condizione sospensiva con produzione dell’efficacia ex nunc (come generalmente, ad esempio, è per la cessione di una farmacia nella sua interezza) – produce effetti immediatamente, cioè al momento stesso della sua sottoscrizione, ed è quindi a quel momento e solo a quel momento che (tornando alla cessione di una quota di società titolare di farmacia) va verificato il possesso dei requisiti soggettivi, professionali e non, prescritti per il cessionario e/o il non possesso di eventuali requisiti o condizioni che impediscano alla cessione di assolvere alla sua funzione economico-sociale.
Se dunque Caio – alla firma del rogito – era in possesso di tutti gli altri requisiti ma non dell’idoneità, dato che in quel momento l’idoneità non era un requisito prescritto ai fini della legittimità dell’acquisizione di una quota sociale, non può esserci alcun dubbio che egli abbia assunto la veste di socio all’atto stesso della sottoscrizione del rogito, quale che sia perciò la data in cui il nostro eroe presenti o abbia presentato al Comune e/o Asl l’istanza di “presa d’atto”.
Insomma, la piena efficacia del rogito prescinde sia dalla sua registrazione ai fini fiscali che ancor più da questa fantomatica “presa d’atto” che d’altra parte, non va dimenticato, il Comune di Roma – non sapendo come inquadrare le “comunicazioni” che pervengono ai sensi del comma 2 dell’art. 8 della l. 362/91 – ha fantasiosamente introdotto nella prassi da alcuni anni, ma che beninteso [qui, come anche in parecchie altre vicende estranee alle farmacie] non è un provvedimento amministrativo e meno che mai può pertanto avere efficacia costitutiva, che però è esattamente quel che sul piano giuridico presupporrebbe la sciagurata tesi degli uffici comunali (ma chissà se di questo si siano resi conto…).
È comunque inaccettabile, per non dire scandaloso, che funzionari pubblici – per giunta dipendenti di un’amministrazione che fa chiacchierare anche i muti – possano tenere impunemente in scacco i cittadini, farmacisti e non farmacisti, di fatto imponendo loro percorsi giudiziari non soltanto onerosi e defaticanti per mille aspetti, ma anche gravemente pregiudizievoli sotto il profilo professionale per il danno che su tale versante può derivarne, ad esempio, a Caio costretto a segnare il passo nell’attesa che, iussu judicis, egli possa alfine essere “promosso” socio.
L’augurio è che costoro siano almeno chiamati a risponderne civilmente verso le loro incolpevoli vittime.

(gustavo bacigalupo)

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